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A proposito della giornata Lgbtqia+

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Mattarella: educare alla cultura della non discriminazione. Il diritto all'identità personale e il difficile cammino del diritto all'identità di genere

17 Maggio 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Il 17 maggio si celebra la giornata internazionale contro l'omofobia, la transfobia e la bifobia. L’altro giorno si sono svolte manifestazioni un po’ ovunque. «Occorre educare a una cultura della non discriminazione, per costruire una comunità che metta al bando ogni forma di prevaricazione radicata nel rifiuto delle differenze», ha dichiarato il presidente Mattarella. È una ricorrenza che – ha aggiunto il presidente della Repubblica – «chiede l'attenzione sulle violazioni alla dignità della persona motivate con orientamenti sessuali diversi dal proprio».

Si è registrata anche qualche polemica da parte delle associazioni che difendono l’impostazione tradizionale della famiglia e che vedono nella Giornata lgbtqia+ un’occasione per propagandare la teoria gender, da loro fortemente avversata. Le parole di Mattarella hanno avuto il merito di collocare nella giusta prospettiva costituzionale gli orientamenti sessuali diversi dal proprio parlando di «non discriminazione». Per inquadrare la questione è necessario fare riferimento a un concetto diventato centrale nella società dell’informazione: l’identità personale. Il diritto all’identità personale può essere definito come il diritto a che non sia travisata la propria immagine etica, sociale o politica con l’attribuzione di azioni non compiute dal soggetto o di convinzioni da lui non professate. Il diritto all’identità personale ha lo scopo di tutelare la persona anche contro l’attribuzione di fatti o caratteristiche che essa non ritiene propri, che travisano la personalità, anche se non costituiscono una lesione alla reputazione.

Si differenzia dal diritto alla privacy: mentre questo tende a evitare intromissioni nella vita della persona, il diritto all’identità personale prevede la diffusione di dati del soggetto, solo che devono essere corretti e attuali, altrimenti ne risulta una rappresentazione imprecisa e fuorviante. Proprio perché rappresentazione fedele della persona e del suo patrimonio di idee e convinzioni, l’identità personale varia nel tempo ed è mutevole anche rispetto al contesto storico. Una sintesi di tale variabilità – soggettiva e oggettiva, cioè rispetto alla persona e alla realtà che la circonda – è data dall’identità sessuale, che oggi rientra nel catalogo dei diritti fondamentali. Un traguardo raggiunto dopo un cammino lungo e tormentato, soprattutto per chi era costretto a nascondere, a soffocare la propria vera natura. Tra fine anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del Novecento la giurisprudenza aveva negato l’esistenza di un diritto all’identità sessuale.

La Corte costituzionale (n. 98, del 1° agosto 1979) non aveva riconosciuto tra i diritti previsti dall’articolo 2 della Costituzione quello dei transessuali a ottenere la rettifica dell’atto di nascita. E la Cassazione con la sentenza 1315 del 9 marzo 1981 aveva di conseguenza affermato che nel nostro ordinamento «Non può ritenersi ammissibile che la richiesta di rettificazione dell’atto di nascita si basi su interventi chirurgici che alterino artificialmente l’apparato genitale». La svolta arriva con la legge n. 164 del 14 aprile 1982 («Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso»). La Consulta, con una sentenza del 6 maggio 1985, ne conferma la piena costituzionalità e corregge la posizione di qualche anno prima, riconoscendo «il contrasto tra sesso psicologico e sesso biologico».

I giudici collocano tale diritto tra quelli fondamentali della persona, facendolo discendere dall’art. 32 della Costituzione che tutela la salute, intesa in senso ampio e non solo come integrità fisica. In seguito alla trasformazione dei costumi e all’allargamento del dibattito pubblico – grazie anche all’apporto di Internet – si arriva ad altre due tappe importanti nell’affermazione del diritto all’identità sessuale. La prima è nel 1997, quando il Tribunale di Roma (seguito da quelli di Rovereto e Siena nel 2013) consente la rettificazione anagrafica pur in assenza di un intervento chirurgico, sebbene solo per motivi di salute.

La seconda è nel novembre 2014, quando il Tribunale di Messina cancella anche quest’ultimo vincolo sostenendo che esiste un «diritto a una diversa identità di genere» e che «non si può prestare attenzione esclusivamente alla componente biologica». Per il giudice «il fenomeno della transessualità nella società contemporanea è profondamente mutato» e «con l’ausilio delle terapie ormonali e della chirurgia estetica, la fissazione della propria identità di genere spesso prescinde temporaneamente o definitivamente dalla modificazione chirurgica dei caratteri sessuali primari».

Il cammino dei diritti civili ha fatto sì che oggi, insistendo proprio sul concetto di non discriminazione, si parli diffusamente dei problemi legati all’identità sessuale, intesa nella sua accezione più ampia che comprende anche la sfera affettiva e le possibili inclinazioni verso persone dello stesso sesso. Ma ha reso anche possibile avviare l’educazione dei giovani al rispetto degli altri «per costruire una comunità che metta al bando ogni forma di prevaricazione radicata nel rifiuto delle differenze».

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