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Roma, Sud

Quella maschera di puro Barocco

Quella maschera di puro Barocco

Carmelo Bene e il suo teatro visti attraverso alcuni episodi romani: scandali e genialità di un grande maestro

15 Giugno 2022

Liborio Conca

Roma, Sud

Liborio Conca

La Puglia è uno stato d'animo. La si ritrova ovunque anche nella Capitale: ed ecco che tra ulivi sempiterni e luoghi del cuore si possono scovare angoli pugliesi anche a Roma.

Un giovanotto magro, nervoso, spiritato, venuto dalle Puglie per inventare a Roma un suo personalissimo teatro. Si chiama Carmelo Bene. Non ha ancora trent’anni. Ha già scritto un romanzo, Nostra Signora dei Turchi. Ha diretto come attore, autore, regista, una decina di spettacoli. Dieci spettacoli, dieci polemiche clamorose. È un istrione? Oppure: è un genio? È un mistificatore? Su questi giudizi il pubblico e la critica si danno battaglia...». Così il critico televisivo e cinematografico Marco Giusti raccontava Carmelo Bene in un documentario di fine anni Novanta, riassumendo la complessa multipolarità dell’attore di Campi Salentina. Il talento, innegabile, sconfinante nel genio; e d’altro canto la trasgressione, le uscite controverse sul palco.
È venerdì 4 gennaio 1963 e al Laboratorio Teatro di Trastevere Carmelo Bene presenta il suo spettacolo di «arte viva» Cristo 63 – omaggio a James Joyce, lo scrittore a cui Bene era più legato, da cui trasse il fascino per la sperimentazione linguistica. Al suo fianco, gli interpreti Giuseppe Lenti e Alberto Greco. Fu proprio Greco, poeta e pittore argentino, a innescare lo scandalo più inatteso: a un certo punto della messa in scena, dichiaratamente priva di copione, prese troppo alla lettera il concetto di improvvisazione. Si disse in seguito che Greco aveva esagerato con l’alcol; quello che accadde lo raccontò lo stesso Carmelo Bene nella biografia Vita di Bene, scritta con Giancarlo Dotto. «…Cominciò a dare in escandescenze. In ribalta si alza la veste, mette il lembo fra i denti e comincia a orinare nella bocca dell’ambasciatore dell’Argentina, della consorte in visone e dell’addetto culturale. Nel frattempo, si faceva passare le torte destinate al dessert e le spappolava in faccia a quel diplomatico e signora. Fui condannato in contumacia e poi assolto per essere estraneo ai fatti».
Se arte viva doveva essere, indubbiamente lo fu, ma le recensioni non furono all’insegna dell’entusiasmo. I giornali dell’epoca scrissero di «turpitudini rivoltanti», di «esibizionismo», «simbolismo cervellotico», e così via. Per qualche tempo, Carmelo Bene si inabissò, salvo riproporre lo stesso spettacolo più avanti, in una villa sulla Cassia, su richiesta di una ricca gallerista.
Di certo, al di là di questa rappresentazione estrema all’interno di una carriera formidabile, quello di Bene era davvero un personalissimo teatro, come lo aveva definito Marco Giusti; lo stesso Giusti che assieme a Enrico Ghezzi aveva inventato programmi come Blob o Fuori orario, trasmissioni-contenitore che spesso pescavano proprio dal repertorio di Bene, dalle letture di Majakovskij alle ospitate da Biscardi.
E quello che fu una sorta di Blob ininterrotto, un super-Blob che ancora oggi viene visto e rivisto su YouTube, andò in scena da un altro teatro romano, il teatro Parioli. Per due volte, nel 1994 e nel 1995, Maurizio Costanzo ospitò Bene in un duello del genere «Uno Contro Tutti», dove l’Uno era ovviamente lui, l’attore genio consacrato, e Tutti gli altri il pubblico del teatro, composto prevalentemente da giornalisti, intellettuali, quelli che oggi si direbbero influencer e così via. Due eventi televisivi da due ore, il primo organizzato per il rientro dell’attore in Italia, dopo diversi anni passati tra i teatri di Mosca e San Pietroburgo; il secondo per la pubblicazione della sua opera omnia presso l’editore Bompiani, tributo assai raro per un artista ancora vivente. Proprio sullo status di classico giocò/ironizzò a lungo Carmelo Bene durante la trasmissione: «Non puoi rivolgere la parola a un classico», ripeteva per rintuzzare gli attacchi della platea, mentre tutti gli occhi, di ammiratori e odiatori, leccapiedi e invidiosi, erano piantati ancora una volta sulla sua maschera, puro barocco salentino.

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