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Intervista a Zanchini

Lo sportello Ue

Giuseppe Dimiccoli

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Tutte le novità, le curiosità e le nuove regole introdotte dall'Unione europea. Un blog per conoscere meglio i segreti dell'Unione curato da un giornalista che all'Unione ci ha lavorato.

Ue tra paura e futuro

Unione europea: lo stato dell’arte analizzato da Giorgio Zanchni giornalista a RadioRai e conduttore di «Radio anch'io» ospite ai «Dialoghi di Trani» in un dialogo con il direttore di Libération Laurent Joffrin sul tema «Le paure dell’Europa, l’Europa che fa paura» e Paolo Flores d'Arcais. Attento conoscitore della materia e profondo analista «fotografa» l’Ue.


Zanchini dai «Dialoghi di Trani» è venuta fuori l'immagine di una Europa che non vive uno dei migliori momenti della sua storia. A cosa attribuisce questo stato di cosa?


«Credo che l'Europa si cullasse, vivacchiasse in una sorta di languore, di sazietà da benessere, da pace, da allargamento. Due crisi l'hanno destabilizzata: la crisi economica e la crisi dei migranti. Le regole che si era data si sono mostrate inadatte e lente ad affrontarle. Di qui, credo, le difficoltà odierne. Ma l'Europa spesso procede per strappi, chissà che questa crisi, come accaduto in passato, non possa essere foriera di crescita, di progressi».


Di cosa bisogna aver paura della attuale Europa?
«Come disse un presidente americano della paura di aver paura. Siamo un continente anziano, che rischia di avere riflessi di chiusura, di spavento per il mondo della globalizzazione e della tecnologia, per il movimento delle genti, per le nuove sfide. Abbiamo guidato i processi per secoli, oggi rischiamo di essere le ultime carrozze della carovana, e magari esser buttati fuori strada».

Perchè non bisogna aver paura dell'Ue?

«Perché l'Europa resta il continente dei diritti, del welfare, dell'attenzione all'altro, dello spirito critico, delle domande, ed è anche una potenza economica e una protezione giuridica. Fuori siamo tutti più deboli, altro che averne paura».
Quanto è fondamentale che i temi europei siano maggiormente ospitati nella agenda dell'informazione?
«Devo dire che a questa domanda un tempo avrei risposto con un rituale: molto. Ma adesso credo sia siano imposti da sé. Proprio in ragione delle due crisi di cui parlavo prima, non manca giorno che non si parli di Europa, delle dichiarazioni dei leader, delle posizioni europee, anche noi a radio anch'io ospitiamo sempre più spesso politici, giornalisti, intellettuali europei, non italiani insomma».


Quali sforzi i giornalisti dovrebbero compiere per comunicare al meglio l'Europa?
«Secondo me dare il più possibile la parola direttamente ai protagonisti della vita politica e pubblica europea, sentire le voci da Bruxelles e dalle altre capitali, in altre parole. Alzare lo sguardo, non limitarsi a riferire il pensiero altrui».


A suo parere il sogno dei Padri fondatori è sempre attuale?
«Beh oggi sembra lontano e irrealistico. Oltretutto parlare di sogno dei Padri fondatori può essere credo fuorviante, perché anche nel dopoguerra c'erano idee diverse su ciò che doveva diventare la comunità. Certo oggi l'idea federalista sembra lontana, quasi utopistica. Ma nel mondo multipolare, di grandi potenze spesso illiberali, dei grandi poteri economici transnazionali ci sarà bisogno di un'Europa coesa, che si esprima e agisca il più possibile unita».


Come comunicano le Istituzioni europee?
«Hanno fatto grandi sforzi, il miglioramento mi pare evidente - d'altra parte ci sono stati significativi investimenti in comunicazione -, il problema resta sempre la sovrapposizione tra posizioni. Sulle questioni importanti, penso soprattutto alla politica estera o alle grandi decisioni economiche, spesso le singole capitali danno sulla voce a Bruxelles, e si procede in ordine sparso».
[twitter@peppedimiccoli]

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