«Il tempo fa parte della mia vita in un modo particolare: devo sempre metterlo a posto. E quando si ferma, lo rimetto in moto. Ho a che fare con il tempo ogni giorno e in ogni momento della mia vita e deve marciare bene». Solo un orologiaio può parlare così del tempo e farlo come fossero due amanti. Il nostro orologiaio si chiama Giuseppe Magno e oggi è uno dei pochi in grado di calibrare gli orologi storici della città in modo che le lancette siano sempre in sincrono con il meccanismo che segna l’ora esatta. Lo fa, con i ferri del mestiere al seguito, raggiungendo per esempio la torre dell’orologio del palazzo della Città metropolitana: «Uno dei pochi orologi a Bari ad avere conservato il meccanismo originale. Gli altri sono per lo più tutti elettronici e di storico hanno conservato i quadranti», svela Giuseppe.
Ma un orologiaio come lui, che rallenta o accelera le lancette della storia quotidiana, come affronta il passare del tempo? Viene da chiederselo. «Mi rendo conto che scorre velocemente. A volte calcolo tempi diversi a seconda delle occasioni; specialmente quando riparo un orologio. Quando il lavoro mi impegna, passa velocemente e non percepisco lo scorrere del tempo. Altre volte no, sono più tranquillo e lo lascio scorrere così».
E di tempo ne è passato da quando Giuseppe, in prima media, per la prima volta entra in contatto con un orologiaio. «A Carrassi – ricorda – c’erano due orologiai in via Pasubio. Uno era maestro di pianoforte. Andavo lì e mi raccontava che durante la prigionia in Africa girava i campi riparando gli orologi rotti. Mi diceva d’essere capace di ricostruire gli assi del bilanciere di un orologio con i raggi delle biciclette degli inglesi; per me racconti di fantascienza. Ma proprio da lui imparai la manualità. Mi dava un pezzo di acciaio da lavorare, fino a portarlo alla misura desiderata, senza l’uso del tornio. Questo mi servì per riparare le sveglie meccaniche e poi passai ai pendoli. Finita la scuola, a 14 anni, con mio fratello, che lavorava da un altro orologiaio, aprimmo questo negozio, ma senza iscriverci alla Camera di Commercio: il nostro era un continuo provare a recuperare gli orologi rotti. La cosa funzionò sin dall’inizio e siamo andati avanti. Poi siamo cresciuti e ci siamo specializzati. Ho cominciato da autodidatta e, con l’aiuto di mio fratello, ho poi imparato a riparare gli orologi da polso e frequentato corsi di aggiornamento»
Giuseppe Magno oggi si occupa della manutenzione e della carica dell’orologio storico «della Provincia» e di quello della Camera di Commercio. Nell’hinterland ci sono ancora tanti orologi storici, ma nessuno se ne prende cura. «Serve tanto tempo per la manutenzione degli orologi storici anche perché si caricano a mano giornalmente», fa sapere Giuseppe. Per questo motivo, alla Camera di Commercio, l’orologio storico è stato messo in bella mostra nell’androne e sulla sommità si è preferito metterne uno elettronico; come su altre facciate dei palazzi storici di Bari.
«Il lavoro alla Provincia è stato di sicuro quello più impegnativo – dice Giuseppe – Quando presi l’appalto per la manutenzione mi resi conto che l’orologio era stato razziato dei suoi pezzi. Ancora oggi funziona solo una parte: manca quella della suoneria. Il vicinato si lamentava perché era collegato a campane di bronzo grossissime: scandivano i tempi e le melodie, ma i residenti chiesero disabilitare la suoneria. Anni fa ci fu un presidente del Rotary che si disse disposto a finanziare il restauro completo dell’orologio; sebbene i pezzi per tornare a fare suonare le campane siano introvabili. Però si possono costruire in laboratorio, io sono in grado di farlo. L’idea era accattivante, ma non se ne fece nulla».
Altra urgenza, il recupero dei quattro quadranti dell’orologio - sono su ogni lato della torre - ammalorati dal tempo e dalla salsedine. «Si dovrebbe pensare anche a questo. Quella torre potrebbe diventare un attrattore turistico, ma ha bisogno di ristrutturazione. Lì c’è un ascensore che porta su un terrazzo balconato che offre una vista unica su Bari, oltre alla sala dell’orologio che potrebbe essere aperta al pubblico con le dovute accortezze. Lo si fa a Praga, sul Big Ben a Londra, ma qui no. Perché?».
Infine, si scopre che orologiaio si diventa col tempo e con tanta pazienza. «E la pazienza c’è se c’è la passione per questo mestiere, che non si impara in sei mesi di corso», dice Giuseppe. Ma vale la pena misurarsi con pendoli, bilancieri e ingranaggi di questi tempi? La riposta stupisce: «Sì, perché la maggior parte degli orologi costosi sono più belli da dentro. Fuori rappresentano uno status symbol, ma i riflessi di luce che si creano all’interno sono unici e li vediamo solo noi».
















