I nomi non sono incisi, non sono ordinati. Sono attaccati con pezzi di carta bianca, scritti a penna, qualcuno stampato male. Cognomi lunghi, pieni di consonanti, irripetibili per chi è nato da queste parti. In mezzo, quasi a fare da virgola, spiccano solo due nomi italiani. Resistono, come segnalibri dimenticati in un libro che ha cambiato lingua.
Il portone è aperto. Non perché sia rotto, ma perché qui si entra e si esce così. Così come le porte di ingresso degli appartamenti. Dalle scale sale un miscuglio di odori che non hanno nulla a che fare con la domenica barese: cipolla rossa che soffrigge, cumino, curcuma, cardamomo, un filo di peperoncino secco. Il ragù, quello vero, si perde. Viene inghiottito. Non scompare, ma non domina più. È da qui che si può raccontare quello che accade in un fazzoletto del quartiere Libertà. Un quartiere che non è più una fotografia unica, ma un mosaico. A tratti affascinante, a tratti spigoloso. Diviso, più che mescolato.
Tra via Crisanzio, via Nicolai, una parte di via Dante e di via Sagarriga Visconti, la geografia umana ha cambiata volto. Ci sono indiani, bengalesi, pakistani. Le saracinesche dei negozi baresi — storici o improvvisati che siano — si abbassano una dopo l’altra, mentre restano accese fino a notte fonda le luci dei supermercati etnici. Non chiudono mai davvero. Diventano punti di ritrovo, luoghi di sosta, di parola, di comunità. Sulle insegne compare una scritta che per molti è solo un segnale: «Halal». Vuol dire che lì dentro il cibo è «giusto», riconoscibile, conforme. È un modo per dire: «Questo posto è nostro, ma puoi entrare anche tu».
A pochi metri, sullo stesso isolato, convivono mondi che non si parlano. Due negozi etnici uno accanto all’altro. Di fronte, una salumeria. Sulla vetrina, una scritta in evidenza: nome del proprietario, numero di telefono e una frase che sembra una domanda ma in realtà è una rassicurazione: «Italiano». Come a dire: qui siete ancora a casa. L’odore della focaccia non c’è più. Se n’è andato insieme ai panifici. Al suo posto c’è un profumo continuo di spezie, che non è cattivo, ma è diverso su isolati occupati, nel senso neutro e reale del termine. Occupati da attività nuove, da lingue nuove, da orari nuovi. E in mezzo, con una naturalezza quasi ironica, i bed and breakfast: turisti che dormono sopra il cumino, scendono tra i sacchi di riso basmati e le casse d’acqua, fotografano tutto e ripartono.
«Il Libertà – spiega Carlo Paolini presidente del Comitato di via Manzoni ed ex consigliere comunale - cambia fisionomia. È una trasformazione profonda. Queste comunità stanno investendo sul territorio: aprono supermercati, sartorie, occupano spazi che i baresi hanno lasciato». Non è solo sostituzione, è riempimento. «È un quartiere trasformato — continua — e quando un quartiere si trasforma, che lo si voglia o no, accadono delle cose». Il punto, dice Paolini, non è fermare il cambiamento, ma governarlo. Valorizzarlo. «Serve creare centri, spazi di incontro. C’è un fermento culturale vero fatto di giovani, musica, teatro, contaminazioni tra etnie».
Non solo: recentemente è stata inaugurata una trattoria palestinese in via Putignano, arredata con cura. Serve cibo identitario. Poi c’è la comunità bengalese ormai strutturata. Nigeriani e cinesi. Una divisione che si sta definendo per zone, per abitudini, per consumo. «Il problema — dice Paolini — non è la presenza, è l’integrazione». Non c’è una vera insofferenza, almeno non diffusa. Ma il disagio serpeggia, silenzioso. Ecco perché, secondo Paolini, la riqualificazione di via Manzoni può diventare una chiave: offrire spazi dove le persone si incontrano, dove culture diverse si sfiorano senza urtare, dove il cambiamento non sia solo subìto, ma accompagnato. E mentre le strategie urbanistiche prendono forma sulla carta, il citofono di un condominio a ridosso della chiesa del Redentore resta lì. Assieme a tanti altri. Con i fogli bianchi e pochi nomi italiani che resistono ancora, stretti in mezzo agli altri. In quel piccolo squarcio di metallo e carta si legge già il volto nuovo del Libertà: una trasformazione che non si arresta.















