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Quando ha aperto gli occhi dopo l’intervento la prima frase che ha pronunciato è stata: «Io andrò a Tokio».

Lo ha detto al papà Paolo che era lì a stringerle la mano. «Tranquillo Pà, io volerò alle Olimpiadi». Era ancora sotto l’effetto dell’anestesia, ma non farneticava. Le avevano appena tagliato una gamba, ma non le avevano tarpato le ali. Come un’araba fenice che risorge dalle sue ceneri lei era già pronta a volare.

Poi, ha passato la degenza a studiare i video dei nuotatori presenti all’Olimpiadi di Rio, non solo per auto convincersi che ce l’avrebbe fatta, ma per capire concretamente tempi, distanze, classi di gara e in quale corsia far tuffare la sua vita per rinascere, alla conquista di una nuova Vittoria.

L’ufficialità è arrivata domenica al termine dei Campionati italiani assoluti di Napoli. Vittoria Bianco è stata convocata nella Nazionale che parteciperà alle Paralimpiadi di Tokio. Il ct Riccardo Vernole ha inserito la 25enne atleta di Putignano nella lista della squadra che volerà in Giappone. Già atleta di interesse nazionale da tempo, Bianco quest’anno ha avuto la definitiva consacrazione. È stata due volte bronzo in staffetta agli Europei di Funchal, ha vinto titoli tricolore e nei 400 stile la sua gara preferita, ha stabilito il nuovo primato italiano (che ha ritoccato proprio a Napoli conquistando l’oro e fermando il cronometro a 4.56.61). Che fosse già dentro la corsia di Tokio era nell’aria, ma la convocazione è stata lottata e meno scontata di quello che sembra.

C’erano più atleti per due posti e Vittoria l’ha spuntata. Per il comitato regionale della Finp, la federazione italiana di nuoto paralimpico che raccoglie atleti con disabilità fisico e visiva, è la vittoria (appunto) più importante della storia: «Non sono scaramantica e non credo molto alla fortuna - dice Claudia Liso, delegato regionale - ma credo solo nell’impegno, ed è esattamente ad imprese come quella di Vittoria che mi riferisco. Vittoria a Tokyo ci andrà, non ha temuto la fatica, il dolore, la pandemia, i sacrifici che solo lei sa quanto siano stati grandi. Per la delegazione che rappresento, per il nostro territorio, deve essere un onore, una fierezza autentica di cui tutti dovrebbero parlare perché è vietato dire non ce la faccio». Lei avrebbe avuto tutte le scuse per arrendersi, ma chi è resistente non cerca attenuati, anzi, trova motivazioni. Vittoria ha trasformato la «sfiga» in sfida.

Il tumore, i sette interventi chirurgici, la chemio, chili di muscoli e di forze perduti, una vita sottosopra. Poteva sbattere al muro e rompersi invece ha virato ed è ripartita. Rischiava di affogare, invece il nuoto l’ha salvata. Si è ributtata in acqua nella piscina dove è cresciuta (Impianti Sportivi Nadir di Massimo Vinella e Rosanna Bianco, la società per cui è tuttora tesserata) guidata dal suo tecnico di sempre, allenatore Fin e Finp, Katia Scagliuso. Poi è arrivato il Covid. Una vita da ricostruire ancora.

Ma una che non affonda per un tumore figurarsi se può colare a picco per una pandemia. Ha trovato casa a Taranto con il tecnico Romolo Mancinelli nella piscina Meridiana, la stessa dove nuota Benedetta Pilato. Ora sembra quasi un segno del destino: due atlete alle Olimpiadi emerse dalla stessa vasca: «Sono orgogliosa e entusiasta - dice Bianco -. Penso che ogni atleta sogni una Olimpiade». E lei, che nella vita precedente era già una talentuosa agonista, il pensierino lo aveva sempre fatto.

«La difficoltà che la vita mi ha messo davanti mi ha permesso di ricredere in questo sogno e di concretizzarlo - dice -. La dedica è per la mia famiglia e l’équipe che mi sta preparando a questo evento». Obiettivi? Ambizioni? «Io ho già vinto, essere lì è già la mia vittoria. In valigia metterò divertimento e voglia di fare bene. Rappresentare la Puglia è motivo di orgoglio perché nel mondo paralimpico non ci sono mai stati tanti atleti pugliesi». Oggi che Tokio ha buttato (forse) alle spalle i momenti più duri, Vittoria torna a quei giorni difficili in un letto di ospedale: «L’amputazione è stata in parte una mia scelta - racconta - ma quando l’ho presa mi sono messa in testa che avrei fatto qualcosa per ripartire. La via più semplice per me era quello dello sport, perché lo avevo sempre praticato».

Perché, come ripetono spesso gli allenatori agli atleti, «se non vuoi soffrire ti devi allenare», sembra un ossimoro, in realtà è la supercompensazione di ogni giornata, per abituare il fisico (e la mente) a stimoli e ambizioni sempre più grandi. «Non ci credo ancora, sono emozioni difficili da spiegare, le comprendi sono se le vivi. Non ho parole». E non le abbiamo neanche noi.

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