Giovedì 26 Febbraio 2026 | 17:03

Il ritorno all’oro per la sicurezza contro le turbolenze

Il ritorno all’oro per la sicurezza contro le turbolenze

Il ritorno all’oro per la sicurezza contro le turbolenze

 
enzo verrengia

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enzo verrengia

Il ritorno all’oro per la sicurezza contro le turbolenze

L’investimento del quale si torna sempre a parlare nei periodi turbolenti per il mercato, la finanza e più in generale dell’economia. Per questo ha acquisito un posto di primo piano nell’immaginario collettivo...

Giovedì 26 Febbraio 2026, 14:02

Oro! L’investimento del quale si torna sempre a parlare nei periodi turbolenti per il mercato, la finanza e più in generale dell’economia. Per questo ha acquisito un posto di primo piano nell’immaginario collettivo, e dal mito tracima nella letteratura. Qui domina un romanzo erroneamente considerato per ragazzi, quando invece solletica i sogni proibiti degli adulti. «L’isola del tesoro», di Robert Louis Stevenson, uscì comunque per la prima volta su un periodico destinato ai giovanissimi, «Young Folks», una specie di «Corriere dei Piccoli» dell’epoca. Il libro fu scritto fra il 1881 e il 1882.

L’ispirazione venne dall’autore dalla mappa di un’isola immaginaria, dipinta dal figliastro Lloyd Osbourne. I due si trovavano distanti dagli oceani, a Braemar, nelle Highlands scozzesi. Per Stevenson fu il primo grande successo letterario. Scrisse in seguito Emilio Cecchi: «Al pappagallo di cucina, sulla nave che porta i pirati verso l’isola del tesoro, io gli ho voluto più bene che se fosse stato il pappagallo di casa mia; molti anni prima di sapere che c’erano stati anche i pappagalli di Daniel Defoe, e che cotesto, probabilmente, veniva da quella famiglia di pappagalli. E son sicuro d’aver sgranato gli occhi come un bambino, quando in “Treasure Island” la nave deserta viene bordeggiando sul risucchio come la più indubitabile e pazza delle apparizioni».

Non meno rifulgente nell’epopea romanzata dell’oro, quello rinvenuto in una caverna da Edmond Dantès, carismatico protagonista de «Il Conte di Montecristo». Alexandre Dumas trasse lo spunto dalla vicenda del ciabattino Pierre Picard, vissuto in Francia tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo. Ma anche dall’ingiusta condanna subita dal padre, Thomas Alexandre, recluso, seviziato e torturato per due anni nel Castello Aragonese di Taranto, a causa dei suoi contrasti con Napoleone. Quanto al tesoro del romanzo, Dumas rielabora la leggenda di quello occultato dai monaci di San Colombano sull’isola di Montecristo, dove la fatidica grotta c’è davvero. Nel 2004, però, ne hanno scoperto uno nella chiesa di San Massimiliano, a Sovana, e vi si è dedicato un museo.

L’oro reale più emblematico è contenuto nel tesoro di Capitan Kidd. Pirati del suo calibro nascondevano i bottini delle scorrerie in grotte o profondità scavate ad hoc per… garantirsi una pensione allorché avessero deciso di ritirarsi dall’attività. Edgar Allan Poe ricamò d’inventiva sul forziere di Capitan Kidd nel noto racconto dedicatogli.

Abile marinaio, fu ingaggiato da un gruppo di commercianti inglesi per difenderli dai corsari che infestavano l’Oceano Indiano, ma divenne a sua volta predone del mare. Per di più, anziché far perdere le sue tracce dopo tanti crudeli arrembaggi consumati con successo, William Kidd tornò in patria per difendere la propria reputazione, ottenendo tutt’altro, l’impiccagione. La ricerca del suo tesoro finì per concentrarsi sull’isola della Quercia, una cinquantina di chilometri a sud di Halifax. Qui, sulla scorta di dicerie e visioni notturne di bucanieri raccolti intorno a fuochi accesi, hanno scavato in tanti. Ancora nel 1959 si ricorreva alle trivellazioni petrolifere, che fruttarono solo un sasso con la scritta 1705.

Nella memoria atavica degli indios, i custodi del segreto dell’Eldorado, quello che costituisce il garante della potenza monetaria delle nazioni era venerato come una sostanza dalle profonde implicazioni iniziatiche. Per le genti dell’Amazzonia «l’oro è il cammino fra acqua, terra e cielo.»

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