Le due Colonne Doriche di Taranto, protette dalla recinzione di Piazza Castello, sono probabilmente precedenti a quelle visibili a Paestum e a Siracusa. Dovevano essere almeno 13, idonee a sostenere un struttura imponente dedicata a una divinità femminile (Artemide? Atena? Persefone?), anche se – per molti anni – si è creduto che fosse indirizzata al culto di Poseidone. Ogni volta che passo da lì, mi soffermo a guardarle e a riflettere. Cerco di trasformare la mia visione contemporanea in quella di un abitante di Taranto Vecchia di secoli e secoli fa, cercando nel disincanto rinsecchito del presente, l’ammirazione per lo splendore solenne del passato. Non sempre riesco. È difficile, molto difficile. Le contingenze inaridiscono anche le migliori volontà di astrazione. Eppure ci sono dei maestri da cui prendere esempio. I gatti dell’area delle Colonne Doriche di Taranto vivono lì da tempo immemorabile, sono gli unici, legittimi eredi della Taranto capitale della Magna Grecia, ne hanno seguito le trasformazioni e sono sopravvissuti a ogni traversia.
Dormono beati al sole sui preziosi resti archeologici; si rincorrono tra i camminamenti percorsi dagli antichi sacerdoti; si amano a squarciagola a dispetto di tutti gli dei dell’Olimpo. Offrono infrangibile indifferenza felina a coloro che entrano ed escono dal Palazzo di Città, che siano sussiegosi Rappresentanti di Stato Comatoso e Presidenti di Qualche Cosa, oppure vice sottoposti aggiunti allo schiacciamento del pulsante utile al richiamo dell’ascensore più lento a sollevarsi che conosca. I gatti delle Colonne Doriche di Taranto conoscono le risposte alle domande non ancora poste; sanno di passato, di presente e di futuro; godono delle bonacce e sopravvivono alle procelle. Ogni tempesta vincono e a ogni pigrizia indulgono. Scrisse Jules Lemaitre - accademico di Francia, drammaturgo e insigne autore di narrativa - che il gatto è il più gentile degli scettici. Dalle nostre parti, diffidenza, sfiducia e incredulità sono diventate talmente pane quotidiano al punto che il famigerato “Cosa m’importa?” - declinato in trucido dialetto - è diventato identificante di sgradevole tarantinità, scevra da ogni garbo.
È un modello predatorio di rapportarsi all’agire quotidiano; tanti danni ha fatto, tanti ancora ne farà. Seguissimo gli insegnamenti dei maestri con le vibrisse, potrebbero essere minori. È sicuro. Basterebbe poco: anche solo analizzare il comportamento dei gatti delle Colonne Doriche di Taranto. Studiateli, passando: c’è tanto da imparare.















