La logica non basta a raccontare i riti della Settimana Santa di Taranto. La consequenzialità, più che esporre, restringe. Perché la razionalità lascia fuori il mistero. Quello che accade ai perdoni tarantini non è completamente spiegabile o, almeno, non attraverso il semplice raziocino. Le particolarità di impervia comprensione partono subito: non c’è una reale fase di preparazione alla processione dei Misteri di Taranto. I confratelli che la animano sono costantemente impegnati, con pensieri e opere, alla riuscita dell’evento pasquale. Ogni giorno, per 365 giorni all’anno.
Scrivo dopo aver assistito, anch’io al pari di migliaia, all’ultimo, emozionante, atto della Processione 2026: i tre colpi del troccolante alla porta della chiesa del Carmine. I perdoni, rientrati, sono commossi, stremati, doloranti. Quelle ore di passi lenti passate al freddo di una notte primaverile solo nella data, gli hanno esposti a crampi, a disagi fisici imprevisti e imprevedibili. Ogni nazzicata nascondeva un pericolo e un dolore. Ma nessuno di loro ha mollato.
Sotto quei cappucci, travisati da un abito di antica e nobilissima eleganza, ci sono ragazzi di tutte le età che non mollano mai. Che smentiscono il disincanto che, nella comune narrazione capziosa e superficiale, tanto marchia i tarantini. Che già pensano a quali attività benefiche potranno nascere dal loro sacrificio del 2026. Che già lanciano un ponte verso la Processione del 2027, ipotizzando come migliorarla, emendando le piccole imperfezioni che hanno riscontrato in quella appena avvenuta. C’è logica in un impegno così totalizzante? Certe volte, ascoltando le confidenze di alcuni dei protagonisti, anche il buon senso sembra smarrito, di fronte a tanta radicalità. Eppure si resta ammirati dalla monoliticità delle convinzioni dei confratelli, quando raccontano le loro esperienze legate alla Processione dei Misteri.
Questi uomini, che spesso assolvono a importanti ruoli di pubblica responsabilità nei campi più svariati, tornano a una fratellanza da ragazzi della via Pal, più che da panaridde della Città Vecchia. Ferenc Molnàr, l’autore de «I ragazzi della via Pal» era ungherese, di Budapest. Città che, insieme a Bucarest, fa parte di un vecchio adagio che unisce le due capitali europee a Taranto, già capitale della Magna Grecia. Taranto che, ogni Sabato Santo, mostra al mondo un sorriso inspiegabile, misterioso e bellissimo. Quello della città che dondola nella notte dietro ai sacri simulacri, specchiandosi nello Ionio caro ai millenni. E che, attraverso i suoi rappresentanti inconoscibili, mostra la sua forza e la sua fede. Caratteristica dei vincenti, di chi sa che la notte dei dolori finisce - è vero - nelle lacrime, ma la resurrezione è vicina.
Così è per i perdoni, così sarà per Taranto.















