Secondo me, c’entra anche mio nonno. Non sapeva aprire un’app sul cellulare ed è venuto a chiedermi aiuto: «Silvia, come si fa?». Io gliel’ho aperta e lui ha detto: «Ma guarda questa, ancora deve nascere». Si vergognava, ma non voleva dirlo. Poi però, quando lui ha da fare, non dice niente se io me ne sto a vedere video sul cellulare, allora va tutto bene. Quando mio fratello più piccolo rompe e piange, mia madre gli dà il cellulare e lui sta buono (glielo dava anche quando stava ancora nel passeggino). Anzi i grandi se ne stanno loro sempre a chattare, che cosa vogliono da me? E poi ho sentito alla televisione uno che ha detto: «Non dovremmo affidare strumenti potentissimi come gli smartphone a ragazzini che avrebbero dovuto correre in un prato». Va be’, prato. Attorno a casa mia stanno solo auto parcheggiate.
Un altro signore ha detto (me lo sono fatto spiegare da mio cugino più grande) che noi stiamo sempre peggio perché aumentano la depressione e la solitudine. E che se ci distraiamo quando dobbiamo ripetere la poesia a memoria, è perché non riusciamo più a concentrarci per colpa del cellulare: il pesciolino rosso con otto secondi sarebbe più concentrato di noi. Il pesciolino rosso, io non ne ho mai visto uno, erano loro che lo vincevano alla pesca miracolosa alla Fiera del Levante. Dicono che sempre per colpa del cellulare non riusciamo più a parlare con gli amici. Perché, se andiamo al parco e ci mettiamo su una panchina, invece di parlare fra noi stiamo tutti di testa sul cellulare a parlare con lui.
Non l’ho capito molto anche perché non mi è riuscito di parlarne con mio cugino, ma dicono anche che siamo sempre più depressi, che stiamo sempre peggio. Che siamo sempre più connessi col cellulare e sempre meno con i compagni di scuola. Anzi che quando vogliamo metterci d’accordo per il corso di nuoto, lo facciamo con WhatsApp anche se ci siamo appena visti. È vero, avevo litigato con Pippo che mi è molto simpatico, volevo un consiglio se lasciarlo o no e l’ho chiesto a ChatGpt e non, figuriamoci, a mamma o papà. Ma quelli stanno sempre a farmi la predica, Chat invece mi capisce e non mi giudica. Mi risponde a ogni ora, è comprensiva, non mi fa sentire in imbarazzo e poi ha proprio una voce umana. E preferisco non confidarmi con le amiche, magari mi dicono di lasciare Pippo e poi si vanno a mettere con lui.
Ho sentito anche che una ragazza di 13 anni (uno più di me) si è uccisa dopo aver parlato con l’intelligenza artificiale che glielo ha suggerito, ma io non ci credo. Ho sentito che Chat ti dà sempre ragione per farsi chiamare di più così ci guadagna. E c’è un signore che ha scritto un libro che si intitola «Esci da quella stanza», perché noi ci chiuderemmo sempre nella nostra stanza senza sapere che parlare col cellulare invece di uscire ci fa male. Ma io mi chiudo quando sono triste e mamma mi dice di non andare con quello e con quell’altro e io resto triste come prima. Un altro libro ha scritto che i social sono fatti in modo che non si riesca più a staccarsi e quella è una dipendenza come la droga o il fumo delle quali ci hanno parlato a scuola.
Dicono sempre che vogliono proibire i social per quelli della mia età fino ai 14 anni, e già non possiamo portare il cellulare in aula. Ma dicono e dicono e non lo fanno mai, ma poi se lo fanno dopo che noi ci siamo già abituati, come facciamo? E si sono abituati anche loro e ci hanno fatto abituare, ma dicono che noi abbiamo la personalità in formazione, insomma non siamo ancora grandi. E non ci accorgiamo quando chat e social non fanno il nostro bene perché ci fanno diventare ancora più ansiosi. Però che volete da noi, io ricordo che avevo il cellulare in mano da quando avevo due anni e mi piaceva, anche se ora mi dite che mi faceva male. Non è nostra la colpa che ci date, e vedete perché parlo con Chat? E se proibite ora, non ci sentiremo male come quando litighiamo con qualcuno con cui ci volevamo bene?
Voi siete i grandi e decidete voi, però se poi vedo che io non posso andare su Tik Tok o Telegram e Claudia e Fabio lo fanno perché i loro genitori sono più buoni, allora mi dispiaccio. Già ora per me è questo sì e questo no, e per altri della mia classe è tutto sì: così loro si mettono d’accordo e parlano o vanno a fare le cose insieme e io no. Mi sento emarginata, si dice così? E non voglio esserlo ancora più dopo. Ma il cellulare mi mancherà, tutto ciò che penso, che ho fatto, che dico, tutti quelli che conosco stanno lì dentro, se me lo togli mi sento più messa da parte di prima. E più sola. E se poi qualcuno mi fa stare male anche dopo, non venite a dirmi che è il cellulare. Lo confesso: i grandi sanno più di me e dicono di volere il mio bene. Ma un po’ io mi sento come quando mi dicono di non fare una cosa senza spiegarmi perché.
(Io ringrazio il direttore della «Gazzetta» per avermi fatto scrivere questo tema. Mi ha solo detto che la firma la metterà un giornalista più grande perché ciò che ho scritto veniva meglio).
















