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In Puglia e Basilicata

L'OASI DA PRESERVARE

Litorale Tarantino: proteggiamo la riserva dalla stagione del fuoco

Litorale Tarantino: proteggiamo la riserva dalla stagione del fuoco

Il terribile incendio nel 2015

Un nemico renitente alla sconfitta definitiva che mette a repentaglio ettari ed ettari di tesori d’insostituibile bellezza

15 Maggio 2022

Omar Di Monopoli

Arrivano i primi caldi e il pensiero corre subito a una delle - tante, troppe - piaghe che affliggono il nostro splendido patrimonio paesaggistico: il fuoco, il cui potere distruttivo è indubbiamente favorito dalle anomalie termiche che sempre più caratterizzano le estati nostrane. Chi scrive vive a ridosso di un’area, quella della Riserva Naturale Orientata del Litorale Tarantino Orientale, che da sempre, anche in virtù della vastissima area vegetativa che la compone, combatte con questo flagello: un nemico renitente alla sconfitta definitiva che, alla stregua di un implacabile agente di apocalissi prêt-à-porter, mette ogni anno a repentaglio ettari ed ettari di tesori d’insostituibile bellezza.

Alessandro Mariggiò, direttore responsabile e anima della zona protetta, ci ha assicurato che l’imminenza della stagione calda, quella in cui per l’appunto - complici la canicola e l’accumulo di sterpaglia secca - è più frequente la diffusione dei falò, non coglierà impreparati i volontari che operano sul territorio, giacché efficaci misure di prevenzione e contenimento sono state approntate a bella posta: telecamere ricognitive, fasce tagliafuoco, trinciatura dell’erba in sovrappiù, chiusura dei varchi d’accesso abusivi nonché una nuova torretta d’avvistamento che fungerà da supporto logistico alle decisioni della Regione, cui l’ente riserva dipende. Certi dell’impegno profuso da chi da decenni affronta questo genere di calamità, non possiamo impedire però a una certa apprensione coglierci quando guardiamo ai mesi a venire poiché siamo convinti che la vera incognita, in questa difficile partita, sia, purtroppo, anche la meno controllabile: stiamo parlando del fattore umano.

Non si sono dubbi, infatti, circa l’incontrovertibile dato che vede dietro la devastazione periodica delle fiamme la mano criminale dell’uomo. E se non bastassero i resoconti delle autorità a testimoniare tale assunto, ad avvalorarlo contribuisce sicuramente l’esperienza personale: da ragazzini infatti un nostro compagno di giochi, 12 anni, forse meno, armato di accendino del padre appiccò davanti ai nostri occhi basiti un incendio nel fitto delle canne nei pressi della foce del Chidro, per poi dirigersi con atteggiamento di sfida dai pompieri accorsi a smorzare la vampa divorante e chiedere con aria di finta innocenza: «Che è successo, uagliù?». Ecco, è questa pulsione insana, destabilizzante, così patologicamente umana, che leggemmo negli occhi dell’anonimo amico (mai denunciato, eravamo solo dei mocciosi: ne abbiamo sublimato la piromania nel protagonista del nostro romanzo «Brucia l’aria») a farci davvero paura, qualcosa che nessuna fascia tagliafuoco o torretta di avvistamento riuscirà mai davvero a contenere. Né, ahinoi, a estinguere.

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