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L'intervista

Esercito, il Capo di Stato Maggiore: «Lascio un Esercito coeso con la Pinerolo che è un’élite

Il generale di Corpo d’Armata Salvatore Farina, originario di Casarano, venerdì prossimo cederà il testimone al generale Pietro Serino

Esercito, il Capo di Stato Maggiore: «Lascio un Esercito coeso con la Pinerolo che è un’élite

«Lascio un Esercito in armonia, pronto a collaborare col mio successore per il bene del Paese e potendo contare sull’élite rappresentata anche dalla Brigata Pinerolo, che ha sede nella mia amata Puglia». Le parole di commiato del generale di Corpo d’Armata Salvatore Farina sono cariche di positività. Assieme agli oltre 90mila donne e uomini della Fanteria nazionale, ha affrontato la sfida epocale del Covid e, tra pochi giorni, si chiude una carriera lunga e coronata da molti successi.

La sua, classe 1957, è la storia di successo di un ragazzo del Sud, partito dalla Puglia, con una valigia piena di sogni, l’8 ottobre del 1976. Originario di Casarano, non ha mai perso il legame, fortissimo, con le sue radici e con i principi saldi che ha ereditato. «Mio padre, contadino – racconta alla Gazzetta – mi diceva sempre “devi stare ritirato”, cioè non devi stare per strada e io ho sempre lavorato. Sono partito col sorriso, come è caratteristica di noi pugliesi, e mi son trovato subito a mio agio, perché il mestiere delle armi è una missione, che ti porta a operare tra gli uomini».

Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, venerdì prossimo cederà il testimone al generale Pietro Serino, con una cerimonia che sarà trasmessa in streaming, alle 10,30 sul sito www.esercito.difesa.it. Ma prima, con «La Gazzetta del Mezzogiorno» («Il giornale dell’amata terra mia», dice), traccia un bilancio di questo triennio tanto difficile eppure ricco di soddisfazioni.
«Dopo tre anni – spiega - sono molto soddisfatto. Perché, come è stato sempre, anche in passato, in particolari contingenze l’Esercito Italiano ha affrontato tutte le situazioni in modo coeso, un pilastro fondamentale per i nostri concittadini. Uomini e donne si sono dimostrati capaci e generosi e col sorriso sulle labbra, silenziosi ma determinati. Un’immagine di forza che caratterizza poi il soldato italiano. Son contento per questo e potrei citare tante situazioni, non ultimo il contrasto alla pandemia o operazioni in patria, come Strade Sicure, o fuori area. Ho l’immagine anche dei nostri più giovani soldati, e sono contenti. Noi ci siamo sempre e abbiamo sempre risposto con prontezza, assieme alle amministrazioni locali, ai prefetti, alla Protezione civile, ai Vigili del fuoco e alle altre Forze Armate. Siamo un punto di riferimento e sono contento perché credo che i risultati siano più che soddisfacenti, al servizio dell’Italia».

A proposito della pandemia. Lei è stato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito in uno di quei frangenti, sperabilmente irripetibili, che passeranno alla storia. Quali sfide, anche a livello interno, organizzativo, avete dovuto affrontare?

«Con la solita pianificazione che ci contraddistingue, noi ci prepariamo in genere per le emergenze. Quando ci sono state le prime avvisaglie, con l’arrivo dei concittadini da Whuan, noi abbiamo dato la struttura più idonea possibile, che aveva ospitato gli atleti sportivi militari dell’Esercito Italiano alla Cecchignola. L’abbiamo predisposta come area di quarantena e, da quel momento, ci siamo preparati per fronteggiare tutte le possibili situazioni. Guardi, c’è stato chi ha detto “ma lei lo sapeva?”. No, certo, non lo sapevamo che era in arrivo la pandemia, ma abbiamo approntato tre linee: quella sanitaria, quella logistica (perché per supportare gli ospedali da campo eccetera c’è bisogno di supporto logistico) e poi la sicurezza, con la chiusura delle zone rosse. Mi sono avvalso dei rispettivi comandanti e abbiamo pianificato tutto con congruo anticipo, prevedendo anche situazioni in peggioramento, per non farci trovare mai impreparati».


Ricordiamo quanti ospedali da campo sono allestiti?
«Ora ne abbiamo tre, ad Aosta, Perugia e Cosenza. Se mai servisse, e spero di no, saremmo pronti con altri ancora. I primi due ospedali da campo che abbiamo allestito, invece, sono stati a Piacenza e Crema, nella primavera scorsa. E ci tengo a dire che in una struttura grande, come è l’Esercito Italiano, noi abbiamo fatto anche le missioni fuori area, dal Kosovo al Libano, dall’Iraq all’Afghanistan, assolvendo a tutti i compiti e, al contempo, salvaguardando la salute del personale, seguendo tutte le procedure».

Una sfida davvero epocale per l’organizzazione.

«Sì una sfida per tutti. Ma dalle Forze Armate ci si aspetta anche di dare un concorso importante in caso di emergenza. Il nostro motto è “noi ci siamo sempre”. E io aggiungo “di più insieme”, cioè in modo armonico con le altre istituzioni e con la guida del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e sotto la superiore organizzazione dello Stato Maggiore della Difesa. Per altro, siamo intervenuti anche in Puglia, nella mia regione di origine, con il drive through e le sanificazioni».

Puglia che, per altro, ha peculiarità uniche per l’Esercito Italiano.

«Le dico che sono legato particolarmente alla mia regione e alla Brigata Pinerolo, storia di quasi 200 anni, unità che ha sede a Bari, e che con i suoi reparti è stata la prima ad avere in dotazione i sistemi più all’avanguardia tecnologicamente. Mezzi moderni in uso ai vari Reggimenti a Barletta, Altamura, e nei reparti a Trani, a Lecce, a Bari e a Foggia. Su tutto il territorio della Puglia è anche un faro tecnologico importantissimo, perché noi facciamo future sperimentazioni come attività, ed è un reparto d’élite per i mezzi in dotazione. Ne siamo fieri perché i nostri ragazzi, i sottufficiali, i graduati e gli operatori di sistemi, sono molto preparati ed entusiasti».

Perché è così importante questa «bolla» tecnologica e in cosa si esprime?

«Parliamo della protezione del soldato, dell’equipaggiamento individuale del combattente, parliamo di visori notturni, collegamenti satellitari, giubbetti di protezione molto avanzati, parliamo per esempio di capacità di esplorare meglio, di armi in dotazione più precise e sofisticate. È tutto un equipaggiamento che permette all’uomo o alla donna di fare tutto meglio e protetti. Poi c’è il veicolo Freccia che è assolutamente moderno, un veicolo blindato ruotato. Oppure il Lince, altro veicolo da ricognizione che, come il Freccia, è digitalizzato. I nostri mezzi hanno sistemi di comunicazione e comando e controllo digitalizzati e ognuno vede ciò che fanno gli altri sul terreno, in collegamento via satellite. Ed è importante per essere più capaci e fare sì che il combattente possa neutralizzare l’avversario ancor prima di entrare in contatto. Un avanzamento tecnologico che crescerà, ma questa è la prima Brigata che ha avuto questi mezzi e ne siamo molto fieri».

Contestualmente a questi sviluppi incentrati sul «soldato», si afferma sempre più l’impiego di mezzi in assenza di personale, penso agli aerei senza pilota. Come si integrano questi due «mondi»?

«Se si parla di mezzi non pilotati, noi abbiamo anche questi, come i minidroni non pilotati e piccoli robot non pilotati. Si integrano perché la Brigata Pinerolo è in grado di agire col Comando delle Forze terrestri, navali e aeree a livello superiore, ma anche le task force più piccole possono operare in una “bolla” digitalizzata interforze. Eppoi una caratteristica dell’Esercito italiano è di avere tantissimi mezzi ed è importante coordinarli tutti».

«I sistemi in distribuzione, la trasformazione del “soldato futuro” in “soldato sicuro”, seguono la doppia linea della operatività delle unità ma anche e, soprattutto, della protezione del personale. In armonia con questi filoni (operatività-benessere del personale) è anche il progetto delle “caserme verdi”, ecosostenibili, con tecnologie “green”, risparmio energetico e spazi condivisi con la cittadinanza. Quindi sì parte alloggi, logistica, ma anche parte sanitaria e degli asili. Come a Messina, dove abbiamo costruito un nuovo asilo che è usato anche dai cittadini, figli di non militari. È una visione che va a unire ancor più l’Esercito con i nostri concittadini».

«Caserme verdi» sono in avvio anche in Puglia.

«Sì ne abbiamo tre: a Foggia alla “Sernia Pedone”, alla caserma “Briscese” di Bari e a Lecce alla caserma “Floriani”. Sono progetti importanti. A Foggia è già iniziata la sistemazione dell’area in cui sorgerà il primo modulo logistico di questo complesso. Sono già in atto sia i progetti che la predisposizione dell’area. Molti lavori li stiamo facendo con i nostri reparti del Genio».

Che testimone lascia al suo successore?

«Guardi - dice il generale Farina - non ho la pretesa di dire che sia tutto a posto, però lascio un Esercito Italiano in cui c’è da fare, ma con basi solide. Certamente, bisogna proseguire nella valorizzazione del personale a tutti i livelli, perché abbiamo ragazzi splendidi ed è giusto valorizzarli. Poi curare sempre l’attività addestrativa, magari facendo anche più uso dei simulatori ma senza rinunciare alle esercitazioni vere e proprie. Eppoi continuare con l’approvvigionamento di mezzi e sistemi, continuando a sperimentare con le Università e le industrie per affrontare le sfide che oggi non vediamo. Io ho fatto costituire il Reparto sicurezza cibernetica che ora è operativo, è una realtà. Ma non si formano mille persone in un mese o in un anno, ora sta al mio successore il compito di moltiplicarne le capacità. Minidroni: abbiamo già un centro, a Sabaudia, di contrasto ai minidroni e bisogna proseguire nell’approvvigionamento di sistemi ai reparti. Poi c’è “caserme verdi”. C’è tanto da fare. Sono certo che egli avrà un ambiente armonico, che è già in sintonia, il mio testimone è quello. “Di più insieme” è un motto di squadra. Il comandante è un servitore al servizio del suo personale e questo genera coesione, armonia, perciò si può fare di più insieme, per dare il massimo contributo alla difesa italiana».

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