Sabato 16 Febbraio 2019 | 04:25

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la svolta si rivela un flop

Un giallo di 32 anni fa resta ancora irrisolto nonostante la ripresa investigativa di 4 anni fa

Indagini sul caso Florala svolta si rivela un flop

Il sangue trovato fuori dall’auto e mai analizzato, le impronte digitali mai confrontate, le versioni verbalizzate da alcuni testimoni piene di contraddizioni, ritrattazioni, depistaggi. I buchi nelle indagini di 32 anni fa (l’anniversiario ricade proprio nel mese di novembre), le nuove intercettazioni telefoniche di due persone all’epoca ritenute coinvolte nella scomparsa e i contenuti del recente carteggio giudiziario dei carabinieri con la Procura di Lagonegro lasciavano sperare che una svolta nell’inchiesta sull’omicidio della maestra di Lagonegro Maria Antonietta Flora sarebbe arrivata a breve. Sono passati altri quattro anni. E di chi abbia rapito e poi tolto la vita a Maria Antonietta non c’è traccia. Il giallo resta inestricabile. Nonostante il corpo non sia stato mai trovato gli investigatori, da subito, hanno ipotizzato l’omicidio.

I sospetti portarono all’arresto di un macellaio di Lagonegro che, da qualche tempo, chiamava con insistenza la giovane maestra. Tra i due c’è un incontro – che secondo la ricostruzione degli investigatori ricade nel giorno della scomparsa (il 10 novembre del 1984) ma secondo l’uomo all’epoca indagato risale al giorno prima – durante il quale Maria Antonietta avrebbe, stando alla versione dell’accusa, respinto le avances da cui sarebbe nata una colluttazione finita in un omicidio d’impeto. Dopo due anni di carcere l’accusa crolla e l’indagato viene dichiarato innocente. L’assoluzione chiude il caso e manda i fascicoli in archivio. Fino alla morte di un imprenditore: Mimì Di Lascio. A cinque anni dalla scomparsa di Maria Antonietta l’immobiliarista del lago Sirino viene ucciso nel suo ufficio con tre colpi di pistola partiti da due armi diverse mentre parla a telefono con una donna che nei documenti giudiziari viene indicata come «l’amante». E se il caso della maestra è un rompicapo per investigatori e giornalisti, quello dell’imprenditore del lago Sirino supera la fantasia dei migliori giallisti: la porta della stanza dell’ufficio di Di Lascio è chiusa a chiave. I carabinieri scavano nella vita dell’imprenditore e scoprono che anni prima aveva avuto una relazione con la maestra di Lagonegro.

Nella sentenza di secondo grado del processo a carico dell’uomo accusato di aver ucciso la maestra (sentenza di assoluzione) i giudici annotano che nei giorni successivi alla scomparsa, Di Lascio, proprio secondo il suo racconto, avrebbe tormentato sua moglie, sospettando di lei. C’erano state anche alcune telefonate a casa della maestra. Ma Maria Antonietta e l’imprenditore – è sempre la ricostruzione giudiziaria – stavano decidendo se andare a vivere insieme. E Di Lascio pare che avesse anche avviato le pratiche per intestare alcune proprietà alla maestra. La moglie dell’imprenditore confermerà ai carabinieri le parole di Di Lascio, sostenendo di aver fatto di tutto per ostacolare quella relazione extraconiugale, salvo poi rassegnarsi. Raccontato così i due gialli sembrerebbero di facile soluzione. Se non fosse che i contatti tra Di Lascio e Maria Antonietta si erano interrotti sei mesi prima del giorno della scomparsa. I giudici sentenziano: «Non sussistono palesi e concreti elementi di collegamento tra le due vicende». Da allora quelle due morti intrecciate sono in un buco nero da cui la giustizia non le ha ancora tirate fuori.

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