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GIOVANNI RIVELLI
POTENZA -L’autorizzazione all’esercizio dell’attività della Clinica Luccioni non va rinnovata. Lo ha deciso il Consiglio di Stato ribaltando la sentenza pronunciata dal Tar di Basilicata con cui, a febbraio 2013, non solo aveva annullato l’atto in tal senso adottato da Regione e Asp ma aveva anche condannato i due enti lucani alle spese.Per i giudici di appello in materia amministrativa, invece, non è più possibile concedere il rinnovo dell’autorizzazione in virtù di carenze strutturali, come nel caso della Clinica Luccioni appunto, poichè «L’entrata in vigore della L.R. 28/2000 ha determinato il venir meno di ogni regime derogatorio previsto della L.R. 20/1988 in quanto, ai sensi dell’art. 17, comma 2, della stessa L.R. 28/2000, tale regime è incompatibile con le disposizioni della nuova legge regionale». Insomma, o la struttura ha i requisiti ricompresi nella nuova normativa o non può continuare a restare in esercizio.

I rilievi fatti dalla Asp (anche a seguito dell’intervento dei Nas) alla storica clinica potentina passata più volte di mano sono in verità molteplici e riguardavano carenze di parcheggi, di ascensori, le dimensione di stanze, scale e corridoi, la mancanza di spazi di soggiorno, lavoro e caposala, la carenza di sale d’aspetto e wc per disabili, la mancanza di un locale lavanderia e l’inadeguatezza dei locali per sosta salme e biancheria sporca. Carenze che l’azienda privata si era proposta di sanare con un progetto di adeguamento che ha viaggiato avanti e indietro dagli uffici regionali, fino a quando la Commissione Tecnica di valutazione, a settembre del 2011, inviava alla Regione Basilicata un parere negativo con riferimento al rinnovo dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività della Casa di Cura, per il mancato adeguamento ai requisiti strutturali ed impiantistici.

Due mesi dopo, inoltre, I Nas riscontrava al 5° piano della struttura sanitaria in epigrafe l’esistenza di una stanza di 18/20 mq., dove veniva (abusivamente) esercitata l’attività ambulatoriale di fisiochinesiterapia e, due mesi dopo ancora, si avviava il procedimento finalizzato al diniego del rinnovo dell’autorizzazione che si concludeva con il mancato rinnovo a maggio 2012 disponendo l’assegnazione alla struttura di un mese per l’adeguamento ai requisiti strutturali ed impiantistici, dopo il quale, in assenza, sarebbe scattata la sospensione dell’attività per 6 mesi e, in caso di ulteriore inadempimento, l’emanazione del provvedimento di decadenza dall’autorizzazione.

La proprietà della clinica, però, impugnò il provvedimento e ottenne ragione dal Tar, ma la Regione (con gli avvocati Maddalena Bruno e Antonio Pasquale Golia e l’intervento dell’Asp, difesa dall’avvocato Adeltina Salierno) ha presentato ricorso. Nel corso dell’iter del secondo grado di giudizio, lo stesso massimo ente territoriale lucano ha anche più volte cercato un accordo, con la clinica, chiedendo per questo il rinvio delle udienze, ma in assenza dell’intesa la causa è andata in decisione e i giudici hanno dato torto alla Clinica.

«Il legislatore non ha ritenuto, dopo l’entrata in vigore della L.R. 28/2000 e successive modifiche, di avvalersi della facoltà» di concedere deroghe, hanno osservato i giudici, e quelle concesse in precedenza non posso essere valide «in aeternum» poichè «la deliberazione della Giunta Regionale 767 del 10.4.2000 non può avere efficacia ultrattiva».

E i giudici hanno anche confermato la sanzione a suo tempo irrogata per l’attività di fisiochinesiterapia contestata dai Nas.

Insomma, il provvedimento di diniego del rinnovo dell’autorizzazione ritorna ad avere validità. E per la struttura sanitaria il problema è serio.

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