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Potenza, testimone di giustizia: «Mi sento abbandonato da Stato e istituzioni»

Tribunale, toga

POTENZA - Vive tra stenti e difficoltà. Si sente abbandonato dallo Stato e dalle istituzioni locali e proprio nel giorno in cui i suoi «colleghi» manifestano a Roma per chiedere il riconoscimento di diritti e tutele lui scende in campo nella città in cui vive, a Potenza, nascosto ma privato di protezione. Ha 50 anni ed è un testimone di giustizia (lo chiameremo Paolo, il suo vero nome verrà omesso per questioni di sicurezza). Spesso si fa confusione con lo status di collaboratore di giustizia. Sono due cose differenti: il testimone è colui che in qualche modo è venuto a conoscenza di dinamiche malavitose, mentre il collaboratore è un «pentito», cioé una persona che ha operato attivamente all’interno della malavita e a un certo punto ha deciso di collaborare con la giustizia.
Paolo, come dicevamo, è un testimone: criminali e mafiosi, che ha contribuito a far condannare, lo vorrebbero morto. Lo hanno nascosto a Potenza, in Basilicata, lontano da guerre di clan e faide per il controllo di affari illeciti, ma qui è abbandonato a se stesso. Senza un lavoro, senza uno straccio di reddito e anche senza protezione.
Ha segnalato questa sua condizione a chi di competenza?
«Certo, ma ho ottenuto soltanto silenzi e porte in faccia. Ho chiesto da tempo un incontro con il prefetto Annunziato Vardé e con il questore Vincenzo Anzalone, ma non mi hanno mai ricevuto. Sono disperato».
Ha paura?
«Non è solo una questione di paura. Io non ho un centesimo in tasca e non riesco a trovare un lavoro. Sono vittima di discriminazione e di insensibilità».
In tutto questo rientra anche il tema della mancata sicurezza. Ha ricevuto minacce? Teme per la sua vita?
«Convivo ormai con il rischio di minacce e con il timore che possa accadermi qualcosa».
Ma non è mai stato protetto dallo Stato?
«Qualche anno fa ero rientrato nel programma di protezione dei testimoni di giustizia, ma era tutto sbagliato. Misero a repentaglio la mia vita e quella dei miei familiari. Ecco perché decisi di uscire dal piano».
Mai avuto una scorta?
«No, quella la usano i ministri per andare in vacanza. A chi ha bisogno di protezione invece la negano. Solo sprechi. Come i fondi dati alle associazioni. Che fine fanno quei soldi? E i beni tolti alla mafia? Perché non li danno ai testimoni di giustizia che, invece, sono costretti a pagarsi la casa? I ministeri sono pieni di persone che non sanno di cosa si stanno occupando».
Paolo incarna la figura del testimone di giustizia che naviga al buio. In acque agitate. La sua è una storia comune a tanti altri cittadini che hanno scelto di esporsi, di rischiare la vita pur di contribuire alla giustizia. «Siamo completamente delusi – dice Ignazio Cutrò presidente dell’associazione nazionale Testimoni di giustizia - perché non abbiamo più possibilità né di parlare con la commissione centrale di sicurezza, non abbiamo più riferimenti. Noi chiediamo soltanto di avere quello ci tocca, quello che è dovuto, non vogliamo niente, ma il problema è sempre li, perché siamo sempre stati considerati un peso, una spesa, però forse loro si dimenticano che siamo carne da macello, morti che camminano, siamo stanchi di questa indifferenza».

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