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Avvertenza generale preliminare: questo articolo è pieno di -ismi! Quelli che, nel solco di una tradizione denominativa ormai inveterata, servono a rappresentare le innumerevoli declinazioni che il femminismo ha assunto nel corso del tempo, e che si ripromettono di esaltare una particolare componente della cultura/ prassi femminista, giudicata centrale da una specifica sua corrente. Ma gli -ismi, recentissimi, qui introdotti, sono o già ampiamente formati o proposti per la prima volta per mostrare linee tendenziali che già suggeriscono un evidente orizzonte di senso e un territorio operativo di approdo. Composto e rigoroso è l’oblativismo di Genevieve Vaughan, che propone con i suoi studi sul legame tra dono e donna una delegittimazione dell’economia dello scambio, ma anche l’affermazione di un principio comunitaristico fondato sulla donatività unidirezionale (non contra-cambiata) e di cura, emergente dal ruolo sociale femminilmente materno che riconosce alla donna. Spigoloso e irriverente si presenta invece l’anti-patriarcalismo di Mariam Irene Tazi- Preve, che nella famiglia cosiddetta tradizionale e naturale legge non solo una costruzione del capitalismo maschiocentrico, ma anche il dispositivo privilegiato della sua stessa riproduzione, finalizzata addirittura allo sfruttamento della capacità procreativa della «femmina » per eliminare la madre dallo scenario socioantropico e insediare definitivamente al suo posto la «creazione maschile ». La Tazi-Preve come la Vaughan è pienamente convinta che un’articolazione femminile della società sulla base di un potere totalmente gestito dalle donne sarebbe capace di imporre valori e paradigmi del tutto antitetici a quelli competizionali e conflittuali sorgenti dall’esercizio di un potere concepito maschilmente. Tale convinzione, poi, non tarda a essere robustamente confermata proprio dallo studio sul cosiddetto «regno delle donne» di Ricardo Coler, di recentissima ripubblicazione in Italia, ovvero sul probabile ultimo matriarcato storico incarnato dalla società/cultura matrilineare cinese dei Mosuo, in cui dissidi, violenze e ansie da prestazione, mostrine del maschile, lasciano il posto a un godimento indeterminato e a un salutare ozio condiviso che distendono le relazioni interumane. Su questa strada si incammina, in modo più filosofico-politico, l’anti-familismo riformista di Carole Pateman che, interpretando il matrimonio come contratto sessuale, svela che sia questo in realtà, e non quello sociale, il luogo di fondazione della civiltà occidentale asimmetrica del diritto maschile sulle donne. E che dire dell’anti-maternalismo, diversamente graduato, di Corinne Maier, Lina Meruane, Flavia Gasperetti, Valeria Arnaldi, Elena Rosci, o quello dell’israeliana Orna Donath, che inaugura il filone del pentitismo post-partum, capace di far affiorare con determinazione lo sguardo scettico e polemico della donna ebrea (e non solo!) moderna sulla sacralizzazione della maternità-per-legge-morale? E si vorrebbero trascurare l’elettrismo corporale di Jennifer Guerra, che poggia su un soggetto carnale, intonato su un desiderio liberante, o lo xenofemminismo di Helen Hester, inteso come oltre-femminismo tecnomaterialista, che, come l’elettrismo, chiede l’abolizione del genere? Per non parlare del deformismo, declinato sull’idea di «mostruositrans» di Filomena «Filo» Sottile o sull’anti-grassofobi - smo, crititico rispetto allo stigma normo-estetico della «vergogna grassa». Tanti -ismi: ma per quante donne attuali?

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