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«Perché nessuno ha fermato il focolaio di Alzano?»: Francesca Nava in un libro-inchiesta

Il saggio è candidato al Premio Leogrande 2021

«Perché nessuno ha fermato il focolaio di Alzano?»: Francesca Nava in un libro-inchiesta

Sono passati nove mesi dal giorno in cui l’Italia è stata inghiottita dal lockdown. Ma l’emergenza è tutt’altro che conclusa. Ecco perché capire cosa sia accaduto durante la prima ondata, e perché, è un’esigenza irrinunciabile. Ed è ciò che ha provato a fare Francesca Nava, giornalista investigativa di lungo corso, in un’inchiesta corposa che parte da un ospedale della val Seriana, in provincia di Bergamo, e racconta quella che rischia di passare alla storia come la più grave crisi sanitaria ed economica della storia d’Italia. Una tragedia costata migliaia di morti su cui la Procura di Bergamo sta indagando. Le accuse sono di epidemia colposa e falso. Ma Il focolaio - Da Bergamo al contagio nazionale, edito da Laterza (pagg. 241, euro 15), ci restituisce anche il corpo martoriato di una classe politica (e non solo) superficiale. E lo fa mettendo in fila fatti, testimonianze e documenti, alcuni dei quali esclusivi. Il big bang del disastro - questa la tesi di fondo - nasce dal non isolamento di un focolaio ad Alzano, nel Bergamasco. Il libro è tra i candidati al Premio Leogrande 2021.

Nava, la sua è una radiografia impietosa di errori e negligenze. Cosa avrebbe dovuto e potuto fare la politica?

«Ci sono almeno tre livelli di analisi per questa domanda: Organizzazione Mondiale della Sanità, Governo e Regioni. Per ognuno di questi livelli sono stati commessi errori e sottovalutazioni, che abbiamo pagato a caro prezzo. La sensazione è che ci siano state delle falle nella cosiddetta “catena di comando”. Il 5 gennaio, l’OMS segnala l’esistenza in Cina di 44 pazienti con polmonite da eziologia sconosciuta. Le prime ammissioni sulla trasmissione inter-umana arriveranno il 22 gennaio. Quel giorno, il Ministro della Salute Speranza attiva la task force dell’emergenza sanitaria. La domanda è: il 22 gennaio viene attivato anche il piano pandemico nazionale? Oggi sappiamo, grazie a inchieste giornalistiche e alle denunce del Comitato dei parenti delle vittime di Covid-19 “Noi Denunceremo”, che quel piano pandemico - fermo al 2006 - non è mai stato aggiornato. Il dubbio è che la politica non abbia fatto la politica. Attivare un piano pandemico è una misura logica e preparatoria. Un atto dovuto. Sembra banale a dirsi, ma la politica serve a questo: a proteggere i cittadini da eventi che, seppur improvvisi, prevedono piani di azione per mitigarne gli effetti devastanti. Bisognava preparare i sanitari, stoccare dpi, fare un censimento dei posti letto in terapia intensiva e far scattare dei campanelli di allarme, per spegnere focolai epidemici sul nascere. Se avessimo attivato questo monitoraggio ci saremmo accorti di eventuali picchi anomali di infezioni respiratorie dentro agli ospedali lombardi? Ai tempi, purtroppo, l’indicazione dell’OMS era quella fare il tampone solo ai pazienti provenienti dalla Cina. Altro errore fatale. La Procura di Bergamo, che indaga sul caso Alzano con l’ipotesi di reato di epidemia colposa e falso, sta approfondendo anche questo filone di indagine: il Governo aveva un piano pandemico adeguato?».

Lei è lombarda. E non risparmia pesanti accuse alla sua regione.

«Al netto della impreparazione nazionale, per quanto riguarda la Val Seriana, appare sempre più evidente che abbia contribuito moltissimo anche l’incompetenza di Regione Lombardia. Quello che accade il 23 febbraio all’ospedale di Alzano Lombardo è un vero film dell’orrore. Gli operatori sanitari mi hanno raccontato di non aver ricevuto dalla Regione nessuna linea guida da seguire in caso di pandemia. Non c’erano tamponi, né dpi, quell’ospedale non aveva nemmeno un reparto di malattie infettive. In un tale scenario, aver lasciato aperto il pronto soccorso e l’ospedale intero, ormai infetto, senza sanificarlo adeguatamente, senza tracciare i contatti e soprattutto senza lanciare l’allarme alla popolazione, ha innescato una vera e propria bomba epidemiologica».

Dalla sua inchiesta vien fuori un’idea inquietante: l’economia viene prima della salute…

«Ho intervistato il capo degli industriali lombardi a fine marzo. Senza giri di parole ha ammesso che in Lombardia non si potevano fare zone rosse. La Val Seriana è la culla industriale della Lombardia. A fine febbraio la Regione aveva in mano dati allarmanti sulla diffusione del contagio in Lombardia. Doveva e poteva chiudere. C’è una legge che glielo consente, la 833 del 1978, che istituisce il servizio sanitario nazionale. Quando il governo ha saputo che la situazione in Lombardia era fuori controllo (2 marzo) era già tardi per fare una zona rossa circoscritta ad Alzano e Nembro e ha a sua volta tentennato, perché chiudere un polmone economico dell’Italia non conveniva a nessuno a livello di consenso politico. La “zona rossa” con la chiusura delle fabbriche è arrivata per tutta Italia un mese dopo i fatti di Alzano, il 23 marzo. Dopo i carri militari di Bergamo. Dopo migliaia di morti».

Siamo preparati alla terza ondata?

«Il sacrificio di Bergamo ha salvato l'Italia, attraverso la spinta a fare il lockdown. Ma poi non è servito a mettere in campo una reale politica collegiale per prepararsi alla seconda ondata...».

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