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È uno stato d’animo, un malessere dal quale vorrei liberarmi. Ma ne prendo atto. Sarà il mio status di operatore del palcoscenico che mi dà quella forza per la quale io stesso ne resto sorpreso. Ho scritto operatore del palcoscenico e non «attore», «regista» o come altro si identifica chi «è» sulla scena.
Perché? Ma perché come tutti gli operatori del palcoscenico, siamo coloro i quali vivono la peggiore delle realtà che da sempre coinvolge l’arte del teatro. E non ce l’ho con il famigerato Covid19, né con la politica ma nemmeno con i politici. Con chi ce l’ho allora? A questo non saprò rispondere. Proprio io che con il dono dell’intelletto (e da uomo di fede, ringrazio il Cielo), non so a chi rivolgere, a chi parlare, a chi far pervenire questo mio modesto contributo letterario. Forse non so nemmeno a chi URLARE il mio dissenso, il mio disappunto per quanto e come sono gestite le singole attività lavorative, commerciali, scolastiche, amministrative... sociali.

È una bomba a innesco prossimo. Non starò a pavoneggiarmi, non sono tempi. Non starò a elogiarmi, non mi pare sia mio costume. Ma non starò nemmeno in silenzio! A chi? A chi rivolgere questo mio pensiero? Ho bisogno di URLARE! Provo a essere «banale»?
Bene: una vita in palcoscenico. Dal più remoto dei palcoscenici, ai più importanti e, umilmente, calcati palcoscenici d’ Italia. E i sipari, le luci, gli applausi, le risa, le ovazioni e anche i fischi, il malcontento le sale vuote. Le notti attardate dopo uno spettacolo che, dieci o mille presenze, comunque eri lì, sul palcoscenico a fare il mio mestiere: recitare. È triste, è molto triste quanto accade.

Non sono vittima, nè carnefice, non ce l’ho con quello ma nemmeno con quell’altro. Allora: con chi me la devo «pigliare»? Uso il termine «pigliare» perché non servono verbi o parole complesse o altisonanti eufemismi di dotta «cultura» per sottolineare che stiamo in un gran... pasticcio (ma non è questo il termine con il quale volevo far intendere).

Se faccio una sintesi della mia vita artistica: ma signori delle Istituzioni: con quale «faccia» mi presento al di Voi cospetto, se con la miseria che ci piove a tutti noi operatori del palcoscenico, non ci permette nemmeno un... sorriso? Già: è umiliante.
«E di vil matera mi conven parlare» (Guido Cavalcanti, Rime, XIII sec.): già detto, già scritto, già vissuto da chi come il sottoscritto e noi tutti, viviamo questo impensabile presente che ha depistato progetti, entusiasmo e futuro, ahimè senza...futuro. Una nota di comicità devo pur esprimerla, permettetemi. Tra le «macchiette» di personaggi interpretati o proposti in chiave ironica o sarcastica, v’è n’è una che in scena ha quel «sapore» di tenerezza ma anche di ilare immagine: il suo nome è Jacques, personaggio dal «Come vi piace» di William Shakespeare. l’onnipotente drammaturgo inglese lo descrive senza occhi, nè gusto e nè denti.

Non è sede, nè ragione di descrivere l’opera teatrale, ma l’attualità di Jacques ha una sua ragione: non «vede», elogio alla visione della catastrofe in cui siamo caduti. Non ha il senso del gusto, ovvio: non ha da mangiare, e questo è una condizione di mancanza di cibo non perché non v’è n’è ma perché non c’è soldo che lo compri. Non ha denti...e questo mi umilia e pur ammettendolo difendendo la mia dignità, Jacques è mio amico perché non ha soldo per una dentiera.
E questa signori, non è finzione scenica ma realtà che vivo. E se vi sorrido senza denti, abbiatene compiacenza: non è che non voglio, è che non posso averli tutti, perché non ho più soldo per comprarne nemmeno uno.

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