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era di martina franca

Gioconda De Vito, la dea pugliese dell'archetto che odiava il violino

Gioconda De Vito, la dea pugliese dell'archetto che odiava il violino

Una pugliese tra i grandi del '900, raccontata da Pierangela Palma

17 Dicembre 2019

Ugo Sbisà

«La dea del violino»: il sottotitolo del bel volume edito da Zecchini che la violinista e musicologa martinese Pierangela Palma dedica alla sua celebre concittadina Gioconda De Vito (Martina Franca 1907 – Roma 1994) è tutt’altro che iperbolico. Perché, a ben vedere, nel non proprio affollatissimo panorama delle signore dell’archetto del primo Novecento (ricordiamo tra le poche almeno la sfortunata Ginette Neveau), l’artista pugliese merita il primo gradino del podio. E a rendere la sua figura ancora più leggendaria c’è un particolare a suo modo assolutamente unico: quel gran rifiuto quasi «celestiniano» che il 22 novembre del 1961, dopo aver interpretato il Concerto di Brahms a Basilea, la spinse ad abbandonare il concertismo a soli 54 anni, al vertice di una brillante carriera internazionale e a deporre per sempre nell’astuccio il violino, lo strumento che le aveva dato grandissime soddisfazioni, ma che lei si ostinava a considerare il suo «più grande nemico».

Quella di Pierangela Palma non è una biografia, ma piuttosto il frutto di una ricerca che mette assieme interviste con Gioconda De Vito, con i colleghi, gli amici e i familiari, ma anche carteggi, corrispondenze, programmi di sala, discografie e persino alcune delle sue personali partiture con l’analisi delle diteggiature ed arcate. Ne emerge così un ritratto a suo modo estremamente originale, un racconto indiretto di un’artista che ebbe modo di suonare sotto la direzione di alcuni giganti del Novecento come Furtwängler, Giulini, Karajan e Fischer; che seppe con grande determinazione far valere la propria statura di artista in un’epoca certo non facile per le donne e a questo proposito sono decisamente illuminanti e gustose le lettere con le quali, negli anni del fascismo, chiede con insistenza di essere invitata a suonare a Roma all’Augusteo o ancora quelle che ce la presentano come un’artista determinata a farsi pagare per ciò che valeva e molto poco incline ad accettare riduzioni dei propri compensi.

Solista acclamata sui principali palcoscenici internazionali, didatta rigorosa, ma anche dalle attenzioni materne nei confronti degli studenti più meritevoli, la De Vito divenne docente dell’Istituto musicale «Piccinni» di Bari, non ancora Conservatorio, ad appena 17 anni, nel 1924 e undici anni più tardi venne chiamata a Roma, al Conservatorio di Santa Cecilia. A lanciarla sulle scene internazionali fu la vittoria al Concorso internazionale di Vienna, nel 1932 e nel 1949 sposò in Inghilterra David Bicknell, dirigente della Emi che due anni prima – sempre per la celebre etichetta britannica – le aveva fatto incidere la Ciaccona di Bach.

Il volume ci restituisce quindi la memoria del personaggio, il cui ritratto ci appare più vivido anche attraverso un paio di interviste illuminanti, quella di Salvatore Accardo, che ne sottolinea il magistero tecnico pressoché perfetto e quella con il direttore d’orchestra Bruno Aprea, il cui padre Tito, a sua volta eccellente pianista e direttore, formò con la De Vito un apprezzatissimo duo. E qui, fra l’altro, emergono dei quadri gustosissimi della donna, capace di prendere il treno sempre all’ultimo minuto, con le carrozze già in movimento, o poco interessata a fare lunghe prove con Aprea senior, col quale prima dei concerti preferiva sfidarsi a tressette piuttosto che ripassare i programmi.

Ma è il ritiro dalle scene, con le sue possibili motivazioni, a fornire le riflessioni più profonde e a porre l’accento sui sacrifici e sull’abnegazione che accompagnano i grandi solisti per tutte le loro esistenze. E a questo proposito, insieme al rammarico per non essersi mai potuta dedicare allo sport e ad attività più amene nel suo cottage londinese, ci sono due dichiarazioni della stessa De Vito che la dicono lunga: «La carriera mi levava ogni gioia di vivere le musica senza problemi… quando ho fatto l’ultimo concerto mi sono sentita liberata di un peso non più sopportabile». E ancora, «Ho sempre avuto una grande paura del pubblico. Panico terribile, dal primo concerto da bambina, all’ultimo da vecchi»”. Una paura che, per fortuna, non le ha impedito di lasciarci poche, ma formidabili registrazioni della sua arte eccelsa.

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