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BARI - Dopo i due esauriti al teatro Giordano di Foggia, dove si è «raccontato» in scena con Monia Angeli e Stefano Nanni, Mogol torna in Puglia per la stagione di Fasanomusica, dov’è atteso giovedì 5 dicembre al Teatro Kennedy con Emozioni, lo show che lo vede in scena con uno dei suoi ex «allievi», il trentunenne Gianmarco Carroccia, della provincia di Latina. Ed è proprio da questo appuntamento che prende le mosse la nostra conversazione.

Mogol, ci racconti di «Emozioni», che ormai porta in giro da quest’estate.
«È uno spettacolo che impegna un ex allievo del Cet, la mia scuola di Toscolano, Gianmarco Carroccia. È un interprete molto valido, ma soprattutto coinvolgente, che sa come relazionarsi con il pubblico. Abbiamo avuto fino a seimila persone in una sola serata e lui sa far cantare tutti, li trascina. Va in scena con un’orchestra di sedici elementi; poi ci sono io che intervengo, spiego i testi che magari tutti conoscono, ma dei quali ignorano i retroscena. In questo modo il testo di ogni canzone diventa più comprensibile, se ne coglie la chiave interpretativa. Insomma, non è un omaggio come i tanti che in genere vanno in scena».

Uno spettacolo che ovviamente ha il suo focus su Lucio Battisti.
«Non solo. Ci sono anche dei pezzi di Gianni Bella come Il patto o Il profumo del mare, delle canzoni veramente di valore, che però non hanno goduto di grande notorietà. Se le avessero cantate altri, avrebbero riscosso un successo grandioso. E poi tra i tanti brani di Lucio c’è Anima Latina che, eseguita con l’orchestra, ha una resa grandiosa. Penso che con Mission di Ennio Morricone, Anima Latina sia uno dei brani più belli del repertorio contemporaneo».

Quando si parla con lei, l’abbinata con Battisti è inevitabile. Ci sveli un suo ricordo personale dell’uomo che magari il grande pubblico ignora.
«Battisti era molto ironico, la gente non lo sa, ma era dotato di una grandissima ironia, era un uomo simpatico che faceva battute molto divertenti. E poi era pacioso, ecco un altro aspetto che di lui si tende a ignorare. In genere veniva definito come un impaziente, ma è ovvio che una persona della sua notorietà potesse anche reagire male se in pubblico qualcuno lo avvicinava in modo inopportuno. In realtà però era un uomo pacioso e anche molto dolce».

Raiuno ha reso omaggio a Battisti con una puntata di “Una storia da cantare”. La prima era dedicata a De André e ha fatto molto discutere perché non è piaciuta. Lei che ne pensa e più in generale che opinione ha di questi omaggi televisivi?
«Dipende da come sono fatti. Su De André non posso pronunciarmi perché non ho visto quella puntata, quindi non giudico».

A proposito di televisione, mancano pochi mesi a Sanremo. Ha ancora senso questo festival, lei come lo vede?
«Il successo di Sanremo viene determinato dalle canzoni che vengono presentate e, di conseguenza, selezionate. Se le canzoni sono di qualità e funzionano, funziona anche il festival e il pubblico lo ama. Quello della qualità dei testi è un aspetto sul quale al Cet lavoriamo da sempre: abbiamo diplomato quasi tremila studenti e adesso abbiamo anche scelto le canzoni migliori, quattordici in tutto, una più bella dell’altra, per uno spettacolo che speriamo di portare anche su Raiuno; siamo in trattative. Al Cet, del resto, prepariamo anche i docenti per i corsi di musica pop nei conservatori».

Nel suo ruolo di presidente della Siae si è dichiarato favorevole all’idea delle «quote riservate» per la musica italiana trasmessa dalle radio.
«A mio avviso sera doveroso farlo, del resto l’idea era di garantire il 30 per cento di tutela per le canzoni italiane, lasciando il 70 a tutte le altre. In un primo momento in Francia accadeva esattamente il contrario, mentre ora lì c’è l’obbligo di riservare il 50 per cento. Vorrei anche ricordare che nella proposta italiana, il 30 comprendeva anche un dieci per cento a favore dei giovani autori. Erano quote ragionevoli e ci stava tutto. Il vero pericolo è che le radio si mettano anche a produrre i dischi senza scegliere la musica di qualità, ma solo quella di cassetta. Bisogna stare attenti».

La preoccupa la nuova scena musicale giovanile?
«Al Cet lavoriamo sulla qualità da 28 anni. Ora molti giovani mettono la propria musica sul web e trovano i loro accoliti, ma manca la selezione che c’era in passato. Ci si riconosce nei linguaggi, nei modi di pensare, specie tra i più giovani. Prima invece gli autori erano impegnati a scrivere musica e testi che arrivassero a tutti e questo innalzava la qualità».

All’inizio della sua carriera, Battisti è partito da alcuni modelli di riferimento, dalla black music, dal soul. Servono ancora dei modelli oggi?
«Certo che sì, non a caso abbiamo indicato la via di una didattica innovativa che è stata apprezzata anche negli Stati Uniti, quando ho tenuto lezioni ad Harvard o a Boston, alla Berklee. I nostri studenti lavorano prima sui modelli e solo dopo averli acquisiti sviluppano il proprio linguaggio. Siamo il prodotto di Dna più ambiente, per cui selezionare l’ambiente e i modelli è fondamentale. In questo senso, il Cet è un’esperienza pilota a livello europeo, stiamo tracciando una strada».

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