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Matera, fate senza bacchetta cuciono mascherine

Imma Milia Parisi: «Stiamo facendo tutto con le nostre forze»

Matera, fate senza bacchetta cuciono mascherine

Claudio e Alessandro Lascaro

MATERA - Le sue fate non hanno bacchette magiche. Usano aghi e fili di macchine da cucire e producono mascherine donate ad anziani, ragazzi disabili, operatori del soccorso, volontari. A renderle protagoniste di una storia da favola è stata l’intraprendenza e la caparbietà di Imma Milia Parisi, 41 anni, neuropsicologa, presidente dell’associazione Fuoriclasse e volontaria del Gruppo Pubblica Emergenza Matera, associazione di Protezione civile, dei fratelli Alessandro e Claudio Lascaro, senza i quali l’iniziativa non avrebbe potuto crescere e creare una rete di nuove adesioni.

«Il progetto – spiega Imma Milia Parisi – nasce da un principio fondamentale nel mondo della cooperazione in ambito emergenziale: "Se qualcosa di brutto deve inevitabilmente accadere, fai che accada nel miglior modo possibile". Il nostro compito è prevenire, ma anche arginare il danno. Molte persone, in questo momento nutrono una fondata necessità di uscire, penso ai ragazzi autistici che per ragioni ovvie non possono comprendere a pieno la deprivazione della libertà, né l'interruzione improvvisa della loro quotidianità. Penso alla loro fatica di comunicare il disagio e ai loro genitori che devono gestire in solitudine questa criticità nell'emergenza. Penso agli anziani che si sentono soffocati più dalla solitudine che dalla paura del contagio: la loro incompetenza nella socializzazione virtuale li rende la parte di popolazione più esclusa dai rapporti sociali, pertanto sono più pervasi dal pensiero di uscire. È a loro che sono destinate le mascherine, per proteggerli. Con questa azione concreta – aggiunge la neuropsicologa – non solo non ignoriamo le necessità di alcune categorie di soggetti, ma contemporaneamente cerchiamo di divulgare una politica di buona condotta, ovvero buone prassi».

L’idea è venuta andando a fare la spesa quando stavano per entrare in vigore le misure di isolamento sociale. «Mi sono accorta che gli anziani – racconta Imma Milia Parisi – erano sprovvisti di mascherine e venivano sgridati dai negozianti. Sono anche intervenuta per far comprendere a queste persone che munirsi di questi strumenti protettivi era per il loro bene e che non avendoli avrebbero rischiato più di me. La risposta di un anziano è stata: “C’ m’ la iucch tu la mascherina i’ m’ la matt. Nanz iecch’n” (Se me la trovi tu la mascherina, me la metto. Non si trovano, ndr)».

Detto fatto. Imma, presidente dell’associazione Fuoriclasse, ha riunito un gruppo di mamme di compagni di scuola di suo figlio che collaboravano ad un laboratorio di cucito. A loro si sono aggiunte due colleghe. «Altre persone che io non conoscevo, mi hanno contattato per partecipare all’iniziativa. Io consegnavo il materiale per cucire e loro mi dicevano “grazie” spiegandomi che gli offrivo un momento di soddisfazione e di impegno perché dentro casa, con la televisione che martella con informazioni negative, si impazzisce nel fare nulla».

È così che ha preso vita il gruppo “Le fate”. A comporlo erano una dozzina di volontarie, alle quali se ne stanno aggiungendo tante altre. Le sarte sono Rosa Buono, Antonella Masciandaro, Francesca Paolicelli, Silvana Santeramo, Silvia Tagarelli, Franca Logallo, Maria Pina Trazzi, Isabella D’Alessandro, Mariella Loperfido e Rossana Santochirico si occupano della grafica del vademecum e dell’imballaggio, mentre Anna Di Gregorio, che fa parte del Gruppo Pubblica Emergenza Matera, si occupa degli smistamenti.

«La produzione ha avuto inizio con la donazione di un enorme rotolo enorme da 150 metri di tnt, tramatura 70, che abbiamo utilizzato a doppio strato, quindi a protezione più alta della Ffp2. Il salottificio Ego Italiano ha aperto le sue porte mezza giornata per tagliarci quattro mila mascherine, perché altrimenti avremmo dovuto tagliarle a mano e i tempi sarebbero stati atavici. Il problema più grosso è stato reperire l’elastico, ma grazie all’Anpas di Montescaglioso, guidata da Gino Suglia, siamo riusciti ad avere un contatto perché a Matera, mi duole dirlo, chiedevano 50 centesimi al metro e, se sei un amico, non meno di 40. Da Ginosa abbiamo ricevuto l’elastico a 10 centesimi al metro. Siamo andati a caricarne circa 500 metri. La disponibilità ci consente di produrre 7 mila mascherine».

Le sagome iniziali erano troppo grandi. Andavano bene per gli uomini, ma non per le donne e i bambini. «La prima sera – rivela Imma – mi veniva da piangere. Non capivo come venirne a capo». Ma le fate hanno provato mille soluzioni e alla fine hanno trovato una dritta. Le prime 200 mascherine prodotte in un giorno furono consegnate alla parrocchia di San Rocco di don Angelo Tataranni. Il 4 aprile ne sono state cucite altre 270. «Le nostre mascherine – dice orgogliosa Imma – sono meravigliose. Non durano mezza giornata, ma sono lavabili a 80 gradi e non perdono la loro efficacia. Si possono portare sotto gli occhiali senza appannarli. Prima di essere confezionate sono sottoposte ad una procedura di sanificazione perché sono prodotte artigianalmente. Non sono un passepartout per andare in giro. Sono un aiuto per chi è costretto ad uscire».
Un altro motivo per paragonare la storia ad una favola si spiega facilmente. «Stiamo facendo tutto con le nostre forze. Nessuno ci ha dato nulla», precisa la sua artefice.

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