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Da Leverano a Hollywood per Zecca «farina» di stelle

Da Leverano a Hollywood per Zecca «farina» di stelle

L’artista reciterà nella seconda stagione di «The White Lotus»In lui sogni lievitati nella pizzeria di famiglia e «radici» forti

23 Aprile 2022

Fabiana Pacella

Da Leverano (Lecce) agli States passando per la Capitale portando in valigia sempre il bagaglio originario, l’amore e la cura. Armi e chiavi di lettura della vita offerte con generosità da mamma Viola e papà Franco, «marchi di fabbrica» di una prossimità che non ha bisogno di paralleli e meridiani per essere tale fin nel midollo.

Quella di Francesco Zecca, attore e regista, è la parabola mai statica di chi ha memoria, rispetto delle origini e ali per volare lontano come per tornare a casa. Senza tema di perdersi.

L’artista è stato scelto per recitare nella seconda stagione di The White Lotus, serie televisiva statunitense creata, sceneggiata e diretta da Mike White, che ha debuttato su HBO ed è stata trasmessa in Italia su Sky Atlantic la scorsa estate.

Accanto a lui, nelle riprese al Four Season di Taormina, in Sicilia, le italianissime Sabrina Impacciatore e Simona Capasso e un cast d’oltreoceano in cui spicca, tra gli altri, Jennifer Coolidge, candidata ai Golden Globe come migliore attrice non protagonista.

C’è molto di più però, in questa storia. Oltre i piccoli grandi successi che s’inanellano affastellando sudore e impegno negli anni, c’è la sfida che segue la diffidenza. Il sogno che diventa non meta finale ma costruzione quotidiana. C’è una famiglia. E c’è anche la rinascita dell’arte dopo due anni di pandemia e distruzione.

Come raccontare tutto questo? Lasciando fluire emozioni e camei, saltando già dal palco e guardandosi dietro. E dentro.

«Sul mio personaggio in The White Lotus non posso svelare molto – nicchia Francesco con inflessione tale da renderlo cittadino di ogni luogo -, è una figura thriller con tante sfumature. Su questo set capisci che non esistono piccoli ruoli ma solo piccoli attori, è vero, anche il più piccolo personaggio è scritto benissimo, amato, voluto. Il regista mi fa improvvisare molto, mi sto divertendo tantissimo, giriamo dieci ore al giorno e andremo avanti fino a giugno, lo vedremo a fine anno immagino».

E domani pausa, Francesco scenderà nella sua Leverano. Lì dove la pizzeria che prende il nome del papà, scomparso alcuni anni fa, simbolo di quel Sud di emigrati di ritorno che a casa loro mettono a frutto le fatiche sudate a chilometri di distanza, resiste ed è avamposto di ricordi e genuinità, grazie alla brigata capitanata da «zia Viola».

Proprio lì, mentre attori e registi pativano le chiusure da pandemia, Francesco Zecca ha fatto come il padre tanti anni fa, ha portato ciò che ha imparato a Roma, dove si trasferì a 19 anni per diplomarsi la Centro Internazionale La Cometa e avviare la sua carriera da attore e regista tanto a teatro che al cinema e per il piccolo schermo.

In quella pizzeria, quando le chiusure/aperture alternate l’hanno consentito, Zecca ha realizzato delle cene-teatrali, trasformando in pieces le storie di valore di tante piccole realtà locali e promuovendo il rilancio e la resistenza in attesa di tempi migliori.

«Bisogna essere tenaci ma anche lasciar andare ogni tanto, credere a che adulto vuoi diventare, che sogni vuoi portare avanti. Anche rispetto al mio lavoro ho deciso di scegliere cosa voglio raccontare. Attraverso i miei percorsi ho chiarito sempre più che artista e regista volessi essere, stupirmi dell’incontro con gli altri. Quando sono andato via da Leverano ero giovanissimo, è stato difficile ma salvifico perché avevo bisogno di prendere una distanza fisica per fare il mio lavoro. E volevo vedere la mia terra da lontano. È stato sempre molto bello, sono stato fortunato perché sono stato accolto subito da persone straordinarie, ciò che la mia famiglia mi ha insegnato me lo sono portato dentro. La famiglia è dove vai, come e dove te la crei. Ovvio che è stato difficile costruire, ma grazie alle mie origini sono pieno d’amore, un amore che mi ha protetto dal buio, in ogni salto».

E che è andato oltre i successi dei riflettori, per rimanere su un piano fermo, stabile, tutt’altro che inclinato. In cui anche la morte diventa armonia nel fluire della vita.

«Ne L’Uomo dal Fiore in Bocca di cui sono regista e con cui abbiamo chiuso in questi giorni la prima stagione a Roma spiego proprio questo. Anche la morte di fatto è vita, per questo la protagonista interpretata da Lucrezia Lante della Rovere è una donna, la moglie cioè del protagonista che tutti conosciamo nella versione originale. Una donna che sta davanti alla tomba del marito a capire cosa è accaduto e si confronta con la morte e l’immaginazione. La donna vestita di nero nell’originale è un piccolo ruolo, qui invece diventa protagonista, dopo due anni che la morte e la pandemia ci hanno schiacciato, parliamo di vita. La vita che è talmente viva da vincere».

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