Mercoledì 05 Agosto 2020 | 19:02

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IL REPORTAGE

Lecce, la vita dietro le mura di Borgo San Nicola

Dall’attività di panificazione, al teatro e alla pittura, nel segno della riabilitazione. Ogni ambiente del carcere è pulito e sanificato e tutte le attività avvengono nel rispetto delle misure anticontagio

Lecce, la vita a Borgo San Nicola

In confronto al mandamentale reso famoso dalla rocambolesca fuga del bandito sardo Graziano Mesina e del giudiziario di san Francesco, il supercarcere di borgo san Nicola fa la parte dell’albergo che si contrappone alla locanda d’altri tempi.
Te ne accorgi già dalla strada che si percorre per raggiungerlo: asfaltata a dovere e nel primo tratto dotata anche di marciapiedi su entrambi i lati.

LA COSTRUZIONE

Nell’immensa costruzione realizzata più di vent’anni fa anche per consentire lo svolgimento dei grandi processi di mala nell’attigua aula bunker, ci entriamo al seguito degli animatori del laboratorio teatrale Ama, l’Accademia mediterranea dell’attore, che per l’occasione mette in scena tre rappresentazioni de “Le pupe di pane”. Un lavoro su come nei decenni scorsi, le massaie dei paesi pugliesi preparavano il pane.

“Il pane lo fanno qui anche i detenuti - ci dice Franco Ungaro, il direttore dell’Ama -. Alla fine delle rappresentazioni, ci doneranno una treccina che è proprio a forma di pupa”.

IL LAVORO

Nella fortezza nata per ospitare 600 detenuti con l’opportunità di allargare la forbice sino a mille, tanti quanti ce ne sono oggi, quello del fornaio non è l’unico lavoro.

Come ci racconta il coordinatore del personale educativo, Fabio Zacheo, lo è anche servire i pasti trasportati di cella in cella sui veloci carrelli di metallo.

Ce lo dice per pura cortesia, perché glielo domandiamo a bruciapelo, mentre percorriamo un lungo corridoio, poco prima di mezzogiorno, allorché ci imbattiamo in due giovani impegnati giusto in tale servizio.
In quel corridoio ci siamo finiti dopo averne attraversati altri due dello stesso tipo e dopo aver notato una mezza dozzina di controllori.

Lungo il percorso, due cose ci impressionano favorevolmente. La pulizia che molti anni prima non avevamo riscontrato nel giudiziario di san Francesco, dov’eravamo entrati con una commissione regionale capeggiata dal mai dimenticato assessore Emanuele Capozza, ed una serie di grandi dipinti dai colori sgargianti. In uno riconosciamo Villa Sticchi di santa Cesarea.
“Sono di un detenuto ucraino tornato libero tre o quattro anni fa”, ci risponde Zacheo. E quando insistiamo con le domande ed in particolare con “per quale reato era detenuto?”, così taglia corto: “Credo per immigrazione clandestina”.

Avremmo voluto fotografarli, quei dipinti, ma il cellulare ci è stato requisito all’ingresso, dopo il deposito del tesserino professionale, la compilazione di un sorta di questionario ed il rilevamento anti Covid della temperatura.

L’ORA D’ARIA

Per un attimo dimentichiamo di trovarci in un carcere, anzi un supercarcere, visto che c’è anche una “sezione sicurezza”. A farci tornare alla realtà, è la vista di alcuni detenuti, molti dei quali a torso nudo, che in un ampio cortile camminano avanti e indietro, probabilmente ognuno impegnato con i propri pensieri. Rivolti alla famiglia, ai figli, alla libertà, che qualcuno sicuramente non riavrà mai perché condannato a “fine pena mai”.
Per noi è una scena già vista. Nel san Francesco ricavato da un antico convento, dove lo spazio era molto più ristretto, ma non al punto da non farci riconoscere e salutare un conoscente. Un dee jay rimasto impigliato nella rete della droga, dalla quale è poi riuscito a liberarsi definitivamente.

L’ERGASTOLANO

Per tornare ai detenuti, uno, del Brindisino, lo troviamo fra gli spettatori del lavoro teatrale al quale ci accingiamo ad assistere.
Senza sapere con chi abbiamo a che fare - un altro ristretto, una guardia carceraria, un educatore? -, azzardiamo la domanda la cui risposta è, appunto “fine pena mai”, con l’aggiunta di un “ma lui continua a dire di non aver ucciso nessuno, ed in attesa di tempi migliori, se ne sta quasi sempre a studiare in biblioteca”.
Magari vorrà prendere il diploma o addirittura laurearsi, sussurriamo sottovoce; ma quello non può più sentirci. Il teatro ha alzato il sipario.

Il lavoro, interpretato da cinque attrici, scorre sicuro ed in mezz’ora si chiude con successo. Almeno nella sezione maschile dove ci troviamo. Ma a tarda sera apprendiamo che in quella femminile è andata ancora meglio. Non poteva essere diversamente: donne che si rivolgono a donne.
Durante la mezz’ora, con un occhio seguiamo il mimo ed i dialoghi e con l’altro i detenuti, una ventina, che vi assistono. Il più magnetico è proprio l’ergastolano. A guardarlo stentiamo a credere, per via della grave accusa di cui è gravato, che possa avere la serenità d’animo di assistere all’evento. Ma evidentemente, la forza per farlo gli deriva proprio dalla convinzione di considerarsi innocente.

L’INCONTRO CON L’ONOREVOLE

Dietro di noi, che siamo in prima fila, un volto ci appare conosciuto. Ma sì, è quello dell’onorevole Lorenzo Ria, già presidente della Provincia di Lecce. “Pupe di pane” è solo per i giornalisti ed i detenuti. Che ci farà qui? Forse, in qualità di politico, è in veste di osservatore?

“Sono un volontario della Caritas di Campi Salentina - ci illumina quando riusciamo a parlargli -. Con altri come me ci vengo due volte a settimana”.

“Caspita - ci viene spontaneo replicare -. E’ un bell’impegno!”.

E pensando più a noi stessi che ad altri, aggiungiamo: “Non tutti hanno il coraggio di farlo”.
Ai detenuti, Ria e gli altri volontari, Caritas diocesana compresa, sono di grande aiuto. All’inevitabile conforto umano, aggiungono il disbrigo di pratiche burocratiche: dalla richiesta di prodotti per l’igiene personale, alla sistemazione in alloggi.

IL DESIDERIO

Ingresso, corridoi, spazi per l’ora d’aria, il salone dove si tiene la rappresentazione teatrale. Altro non abbiamo potuto vedere, nel supercarcere di borgo san Nicola.
Più di tutto, è le celle che avremmo voluto visitare. Per cancellare, finalmente, l’immagine di quanto visto al san Francesco.
Una grande stanza al pianoterra, che a considerare i letti a castello, doveva aver ospitato quindici, di più, venti detenuti. Un dettaglio, al cospetto delle sue quattro mura, che grondavano umidità come fosse sudore, all’ombra di un piccolo quadrato piastrellato sul quale campeggiava, sorretto da un treppiedi di ferro, un grosso tegame per cuocere il sugo.

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