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Il 17 agosto 2010 la morte di Cossiga

18 Agosto 2022

Annabella De Robertis

«Addio a Cossiga, il picconatore»: così «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 18 agosto 2010 annuncia la scomparsa dell’ottavo presidente della Repubblica italiana. Nato a Sassari nel 1928, cugino di Enrico Berlinguer, fu deputato e senatore della Democrazia Cristiana. Ricoprì le cariche di ministro, presidente del Consiglio dei ministri e presidente del Senato: nel 1985 venne eletto capo dello Stato, succedendo a Sandro Pertini. «Cossiga ha lasciato quattro lettere destinate al presidentedella Repubblica Napolitano, ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio», si legge sul quotidiano. «Non lettere personali, quanto un testamento politico consegnato alle istituzioni, per chiedere tra l’altro che i funerali si svolgano in forma privata. Giallo su quella indirizzata a Silvio Berlusconi: il premier non ne ha autorizzato la divulgazione. Il contenuto ricalcherebbe quella inviata a Schifani, se non per qualche dettaglio relativo alle ultime volontà.

«Due» Cossiga hanno attraversato la storia del Paese. Il primo si è occupato di servizi segreti ed è stato tra i propugnatori di Gladio, la rete militare segreta legata alla Nato e destinata a guidare forme di resistenza armata in caso di invasione di una potenza comunista. Ministro degli Interni durante la tragica vicenda Moro, combatté il terrorismo negli anni di piombo. I militanti del movimento studentesco scrivevano negli anni ‘70 il suo nome sui muri con il «K» e le due «s» runiche dei nazisti. Un secondo Cossiga prese il sopravvento negli ultimi due anni al Quirinale e da allora divenne «un implacabile fustigatore del quieto vivere politico». Era il 1990, infatti, quando Cossiga, fino ad allora potente ma silenzioso uomo politico, si trasformò di punto in bianco nel «picconatore».

«Intendo togliermi qualche sassolino dalla scarpa», fu la frase-manifesto con cui annunciò il cambio di passo. I suoi bersagli furono la Corte costituzionale, il Csm, i democristiani, i comunisti, il sistema istituzionale, i magistrati. Per la vicenda Gladio fu messo in stato d’accusa su proposta del Partito democratico della sinistra, unico capo di Stato a dover affrontare la richiesta di impeachment nella storia dell’Italia repubblicana: autodenunciatosi alla magistratura ordinaria, fu poi prosciolto nel 1994. Intanto, nel 1992 aveva rassegnato le dimissioni con un lieve anticipo sulla scadenza naturale del settennato.
Dopo alcuni anni fuori dalle vicende partitiche, nel 1998 promosse la costituzione del’Unione democratica per la repubblica (Udr), formazione autonoma di centro sorta con l’obiettivo di aggregare una vasta area di forze moderate, con cui sostenne il primo governo D’Alema.

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