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Vento da Sud

Nel nome di Federico lo «stupor» dei musei

Nel nome di Federico lo «stupor» dei musei

La mostra a New York dei gioielli di Costanza d’Altavilla e le tante testimonianze al Sud (nonostante i tombaroli)

14 Settembre 2022

Raffaele Nigro

La mostra a New York dei gioielli di Costanza d’Aragona, moglie di Federico II di Svevia ha riaperto per un momento il discorso sugli Svevi. Un discorso dalle fortune discontinue, come discontinuo è il ricordo universale del grande imperatore al quale si sente legato invece perennemente tutto il Mezzogiorno. Purtroppo la damnatio memoriae prodotta dagli angioini ha causato la distruzione di tutte le immagini e i manufatti erratici svevi. Bisognava cancellare ogni traccia di questa famiglia. E se si aggiungono i furti di tombaroli senza scrupoli ci si spiega la ragione per cui non abbiamo neppure grandi collezioni di monete, se non quelle conservate nei musei normanno svevi della Sicilia.

Spinto dalla passione federiciana, ho condotto un piccolo viaggio tra alcuni musei italiani a lui dedicati. A Melfi, nel grande castello normanno svevo angioino, la torre di Marcangione è stata adibita a museo di reperti medievali, vasellame e vetri emersi dagli scavi condotti nelle aree interne ridotte a discariche e a deposito di terriccio. Oggetti dai disegni molto raffinati, con scene di caccia e immagini di uccelli, colombe, tordi e falchi. Quasi a raffigurare iconicamente ciò che Federico ha rappresentato e discusso nel suo De arte venandi cum avibus. I lavori lunghi e certosini sono stati condotti dal sovrintende Francesco Canestrini, ma ancora in corso d’opera è lo sbancamento di aree come il Mortorio. La collezione affianca il più ricco Museo Pallottino della civiltà Daunio - Lucana ospitata dalle altre sale del castello. Il Museo Diocesano conta tele di Francesco da Tolentino e del Miglionico.

Un seguito della vita federiciana è presso il bosco della Maddalena, dove è ospitato il parco dei rapaci, con falchi e falconieri che ricordano come cinque anni orsono venne festeggiato proprio a Melfi il riconoscimento Unesco della falconeria quale bene immateriale.

Proseguiamo verso il castello di Lagopesole, a trenta chilometri da qui, in territorio di Avigliano. I Normanni vi realizzarono un donjon di difesa, un torrione che venne inglobato successivamente in un castello a base quadrangolare. A gettarne le basi fu probabilmente il Barbarossa, ma Federico lo portò a compimento e ospitò oltre l’imperatore il re Manfredi e la sua sposa Elena di Epiro. Un minuscolo antiquarium testimonia questi passaggi, ma troppo scarse testimonianze convinsero nei primi anni del nuovo millennio la Regione Basilicata e l’Apt a realizzarvi un Museo Multimediale: Il mondo di Federico II. I lavori vennero affidati al documentarista romano Aldo Di Russo ,alla curatela storiografica di Hubert Houben, docente di medievistica all’università del Salento e alla scrittura dell’estensore di questa nota. Giunsero sul posto apparecchiature sofisticate dall’Olanda e dalla Germania e la figura di Federico affidata a Remo Girone. Al piano alto del castello una guardia araba introduceva alla vita dell’imperatore, ai suoi amori e alle sue disavventure. Il momento più suggestivo era affidato all’esterno, dove si proiettava un racconto autobiografico di una spia papalina che raccontava in un plot immediato la vita all’interno del castello e si verificava uno sconvolgimento tellurico delle mura, un trompe l’oeil spaventoso e suggestivo. Tutto questo si è fermato da anni e non credo ci sia la volontà di restaurarlo.

Un viaggio più impegnativo lo chiede la visita di Jesi, città natale di Federico II. 450 km di autostrada A 14 e venti di superstrada da Ancona nord. La città è bella, avvolta in una possente cinta muraria in cotto marchigiano, i portici protettivi, la bomboniera del teatro Pergolesi e vari musei ben organizzati, la pinacoteca di Palazzo Pianetti, al cui centro sono i dipinti di Lorenzo Lotto, un museo archeologico della civiltà etrusca, un museo diocesano, i musei dell’arte della stampa e del telefono. Solo quarantamila abitanti!

A farci visitare il Museo Multimediale Stupor Mundi è la presidente della Fondazione Federico II, Franca Tacconi, appassionata di storia medievale. Arranchiamo su per le scalinate di una città che mi ricorda le stesse fatiche di Potenza, fino alla piazza Federico II dove il 26 dicembre 1194 venne alzata una tenda che avrebbe ospitato Costanza d’Altavilla in preda alle doglie. Costanza aveva quarant’anni, scendeva a Palermo e a Jesi le si ruppero le acque. Partorì alla presenza delle nobildonne della città e affidò il figlio a una dama degli Urslingen di Spoleto. Il Museo didattico è ubicato in Palazzo Ghislieri, tra pianterreno, magazzini e scantinati. Diviso in sedici stanze, in ognuna delle quali ti attende una situazione diversa. Si parte da Federico Barbarossa che si racconta e che introduce al matrimonio tra il figlio Enrico VI e la nuora Costanza e procede con l’autodescrizione di ognuno di questi personaggi. Fino alla nascita e ai primi anni siciliani. La civiltà araba. La conquista della Germania e l’incoronazione a Roma. La civiltà dei papi e il viaggio da Brindisi a Gerusalemme, tutto ciò che si sa di Castel del monte. Le ore passano, una, due, tre, le storie si affastellano ma suggestive, ricche, ben orchestrate. Qui a costruire i testi sono stati Anna Laura Trombetti dell’Università di Bologna e curatrice del De arte venandi per Laterza e Houben. Hanno fatto un lavoro da maestri. La Tacconi ne va fiera, è lieta di farmi da guida, sovrappone le sue spiegazioni alle voci registrate, mentre mi parla della Fondazione, di Jesi, dei Musei cittadini. Mi vuole dipingere una città che ama, una regione che ama e mi parla di un premio federiciano, della biblioteca federiciana, dei gemellaggi con Palermo e con la Germania e si stupisce nel sapere che Lagopesole non ha più un Museo. Le spiego che è Sud e non si meravigli nel sapere che persino Bari, capitale della Magna Grecia ha appena una Pinacoteca provinciale e un Museo Archeologico scombinato, messo su alla meglio dopo trent’anni di silenzio.

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