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«In Puglia più medici per salvare la sanità»

sanità

Anelli (presidente Fnomceo): il Pnrr finanzia soltanto le strutture

12 Giugno 2022

Antonella Fanizzi

BARI - «Le risorse del Pnrr per la sanità in Puglia, pari a 650 milioni, sono destinate al miglioramento delle strutture. Ma a cosa serve una Tac di ultima generazione se non ci sono radiologi e personale qualificato per farla funzionare? Nella nostra regione, come in tutta Italia, bisogna investire sul capitale umano. Questa è l’unica riforma da attuare per offrire una risposta di salute adeguata ai cittadini». Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, pugliese nato a Noicattaro in provincia di Bari, bacchetta la politica.

Dottor Anelli, in Puglia la sanità è in sofferenza. Qual è secondo lei la cura più utile?

«Qui al Sud, come nel resto d’Italia, occorre aumentare il numero degli operatori nei reparti e garantire la dignità del lavoro. Le Regioni sono prigioniere del blocco delle assunzioni. La cifra destinata ai nuovi contratti è la medesima del 2004. La colpa è del Parlamento».

I pronto soccorso, dal Gargano al Salento, sono in affanno. Siamo messi peggio rispetto al resto del Paese?

«A livello di numeri direi di no. Il problema riguarda piuttosto le disuguaglianze. Il ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, è lanciata sull’autonomia differenziata. La Puglia, come tutto il Meridione, sarebbe penalizzata due volte: destinata a ricevere meno fondi rispetto, per esempio, alla Lombardia, in termini pro-capite, dovrebbe in aggiunta pagare le spese dei cosiddetti “viaggi della speranza”. Ma il Nord avrebbe un duplice vantaggio: alle risorse dello Stato si aggiungerebbero quelle dei bilanci delle regioni del Sud che pagano i ricoveri negli ospedali d’eccellenza del Settentrione. Il Mezzogiorno sarebbe ulteriormente depauperato».

È possibile un’inversione di rotta?

«Si dovrebbe ripristinare l’articolo 2 della Costituzione nella parte in cui richiama l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Ecco, questa solidarietà è andata smarrita. È fondamentale trovare differenti modelli di mobilità. Non dovranno più essere i pazienti a fare la valigia, perché a spostarsi dovranno essere i medici. In Puglia ci siamo inventati le reti di assistenza: significa condividere le prestazioni, significa scambiarsi le informazioni. Le eccellenze sono patrimonio della collettività, vanno condivise. Così a spostarsi in Calabria dovrà essere il chirurgo che ha maturato competenze specifiche e che potrà trasferire il proprio bagaglio di esperienze ad altri colleghi, ma non dovrà più essere il malato a dover inseguire il chirurgo, sempre che il paziente disponga delle condizioni culturali e economiche per affrontare il viaggio».

Questa estate la Puglia farà registrare presenze record nelle località turistiche. Per far funzionare i Punti di primo intervento, l’assessore alla Sanità Rocco Palese intende reclutare i medici in pensione e gli specializzandi. Che ne pensa?

«Ribadisco. Bisogna restituire dignità al lavoro. Non mancano soltanto i medici, ma anche gli infermieri e le altre figure indispensabili per far funzionare il sistema sanitario. Lo Stato, in piena pandemia, ha varato la legge sullo scudo penale, a tutela del personale nelle ipotesi in cui vengano compiuti errori. In questa fase assistiamo invece alla fuga dai Pronto soccorso perché mancano gli incentivi. Persino i giovani camici bianchi fra i 25 e i 35 anni, recita un sondaggio, sognano la pensione. La verità è che il pubblico mortifica le professionalità. È più conveniente per un giovane medico lavorare per una cooperativa, con meno vincoli e con una qualità della vita più alta, piuttosto che affrontare turni massacranti in ospedale o nei Pronto soccorso. Oltre 10mila colleghi sono migrati all’estero. C’è qualcosa che non va. Il regionalismo differenziato andrebbe a esasperare le disparità».

Medicina resta una facoltà il cui accesso al corso è programmato a livello nazionale. Il numero chiuso ha incrementato la fame di personale?

«Non credo. L’imbuto è piuttosto di carattere formativo. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, è riuscito a finanziare in due anni ben 30mila borse di specializzazione. Siamo passati dalle 6mila borse di studio del 2018 alle attuali 30mila. Va bene togliere lo sbarramento dei quiz se agli studenti che frequentano gli ultimi due anni delle scuole superiori viene data la possibilità di capire cosa vogliono fare da grandi. Serve un percorso, come quello sperimentato nei licei Scacchi e Fermi di Bari di curvatura biomedica, per mettere i ragazzi nelle condizioni di capire se sia opportuno o meno assecondare una presunta vocazione medica».

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