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In Puglia e Basilicata

Vento da Sud

Il sistema penale nell’Inferno di Dante

L’antico sodalizio tra la Puglia e Dante: oggi la giornata dedicata al Sommo Poeta

Uno studio esaustivo sul tema condotto dal gioiese Leonardo Terrusi, docente di Linguistica italiana all’Università di Teramo

11 Maggio 2022

Raffaele Nigro

Nel 1970 Filippo Cancelli costruiva per l’Enciclopedia dantesca una voce esaustiva sul Diritto romano in Dante, raccogliendo tutta la bibliografia relativa all’argomento avviata a metà ottocento. Uno studio esaustivo sul tema lo conduce oggi il gioiese Leonardo Terrusi, docente di Linguistica italiana presso l’Università di Teramo, nel libro «Onde convenne legge per fren porre. Dante e il diritto», edito da Cacucci. Presentando lo studio, il direttore di collana Pietro Curzio spiega come sia fondamentale per chi eserciti il diritto non fermarsi solo alla disciplina, ma sia necessario accostarsi alle invenzioni e alle riflessioni della letteratura, per non avere una limitata capacità di giudicare. E cita il caso di Hans Kelsen uno dei più grandi studiosi di diritto nel Novecento, il quale avviò la sua attività con un saggio sul pensiero di Dante.

L’interrogativo che Terrusi pone è se il sommo poeta praticasse professionalmente il diritto o se sia stato solo un cultore appassionato dell’argomento. Ma non potendo dare risposta si limita a percorrere i molti meandri delle scritture dantesche attraverso molteplici testimonianze contenute soprattutto nella Commedia, con l’obiettivo «di individuare… temi, percorsi o anche singoli elementi che siano implicati, in senso lato, con il diritto, la legge, la giustizia, assumendo la curiosità come motore primario dell’indagine».

La conclusione è che esistono a tutt’oggi due scuole di pensiero, quella che lo vuole un giurista, anche per aver egli avuto un padre notaio e l’altra che non lo vuole neppure per dilettantismo un giurista. Tuttavia, aldilà di queste posizioni Terrusi trova che sia interessante scavare. E i risultati cui sottopone il lettore di capitolo in capitolo sono di stupite novità.

L’indagine parte da lontano, dal 1287, anno in cui Dante ha ventidue anni e in cui un notaio bolognese, Enrichetto delle Querce, giunto al termine del proprio mandato, si vede costretto a trascrivere atti e contratti privati e pubblici su un Memoriale. Per legge Enrichetto è tenuto a riempire gli spazi bianchi della trascrizione, per impedire che qualcuno vi possa aggiungere notizie improprie. Diversamente da altri colleghi che si provano nell’arte della poesia, Enrichetto ricorre a vari componimenti di poeti che ha conosciuto e tra questi il giovane Dante, del quale il primo è «No me poriano zamay far emenda», scritto durante una visita del poeta a Bologna, e rivolto alla torre Garisenda, per guardare la quale inciampa. Nella trascrizione si ritrovano anche l’incipit della canzone «Donne ch’avete intelletto d’amore» e versi della prima cantica dell’Inferno, nella quale si mostra una sorprendente padronanza del linguaggio forense. Un da Sassoferrato e Alberico da Rosciate.

L’esempio più eclatante dell’impalcatura legale si coglie nel sistema penale dell’Inferno. Un luogo fiorito dall’Eneide, almeno nell’assunzione di creature infernali e da molti poemi medievali coevi. Ma ricostruito con una precisione tale che fa del luogo un penitenziario nel quale esiste un preciso ordinamento. Se la condanna eterna è nell’Inferno, la carcerazione e purificazione si ritrovano nel Purgatorio, dove il contrappasso non si fonda solo sulla punizione ma nella fatica per riconquistare l’antica verginità spirituale. Dante terrà conto di un diverso modo di amministrare la giustizia, nella punizione del male contro se stessi, nella punizione del male contro Dio e del male prodotto contro il perfetto funzionamento del sistema sociale. Di qui il poeta ha una precisa posizione su variegare forme di maleficio, la sodomia, la vendetta, la semina di discordia, il tradimento politico, il tradimento sentimentale, un peccato che fa emergere il carattere romantico del poeta. Basti pensare al canto di Paolo e Francesca. Emerge una posizione del Dante giudice che non procede sempre con l’applicazione imparziale della legge a lui coeva, ma permettendogli di ergersi a giudice, quasi in luogo di Minosse più che di Dio e condannando o assolvendo a seconda della propria visione delle cose. Il che non sempre procederebbe da un principio di applicazione della legge secondo la visione aristotelico tomistica che la critica dantesca ha letto finora ma nella posizione di Cicerone. A questo proposito, rileva Terrusi, nell’ordinamento penitenziario di Dante ci sono pene che mutano tra Medioevo ed età contemporanea. Si pensi al suicidio, che veniva perseguito dalla legge con un processo inscenato intorno al corpo senza vita del defunto oppure i peccati di gola, che fanno entrare in questo codice un discorso di etica e di fede diversi dal codice civile e penale. E con questo si intuisce la disposizione di Dante, confusa sulle vie di un mondo diviso tra le ragioni di Dio e quelle del consorzio sociale.

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