Domenica 01 Marzo 2026 | 21:33

Alle radici di un mito irlandese: guerra e musica

Alle radici di un mito irlandese: guerra e musica

Alle radici di un mito irlandese: guerra e musica

 
Nicola Morisco

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Nicola Morisco

Alle radici di un mito irlandese: guerra e musica

Domenica 01 Marzo 2026, 19:18

Gli U2 sono tornati, a sorpresa, una decina di giorni fa con l’EP “Days of Ash” (“Giorni di cenere”): cinque brani inediti e una poesia che riaprono una ferita mai davvero rimarginata nella loro poetica, quella della guerra. Lo sguardo, questa volta, si posa sulle lacerazioni contemporanee: Iran, Cisgiordania, Ucraina e il conflitto tra Israele e Palestina, in una continuità ideale con quanto avevano già espresso nel 1983 con “War”, terzo capitolo della loro discografia dopo “Boy” e “October”. Per comprendere la densità morale di questo ritorno, occorre tornare al 1976.

A Dublino, quattro adolescenti che rispondono al nome di Bono (al secolo Paul David Hewson), The Edge (David Howell Evans), Adam Clayton e Larry Mullen Jr., decisero di inaugurare un percorso artistico che, proprio quest’anno, celebra mezzo secolo di vita. 50anni non sono soltanto una misura cronologica: sono la sedimentazione di una coscienza, la stratificazione di uno sguardo sul mondo. I quattro giovani crescono in un’Irlanda attraversata da una tensione che non è soltanto politica, ma identitaria ed esistenziale. In sostanza, la situazione politica e sociale irlandese ha influito in modo fondamentale e profondo sugli U2. Il conflitto nordirlandese, noto come “The Troubles”, lacera il tessuto civile tra gli Anni ‘60 e ‘90, contrapponendo cattolici nazionalisti e protestanti unionisti in un confronto che travalica la dialettica ideologica per farsi tragedia quotidiana. In quella spirale di violenza si inseriscono organizzazioni come l’IRA, l’UVF e l’UDA, mentre i governi britannico e irlandese agiscono su un terreno minato da rancori secolari e paure contemporanee. Il bilancio, oltre 3.500 vittime, non restituisce fino in fondo la portata simbolica di quella frattura, che supera i confini dell’Irlanda del Nord per diventare paradigma di ogni conflitto identitario moderno. Questo periodo culminò con l’accordo del 1998 (Accordo del Venerdì Santo). È in questo clima che nasce la loro musica: non come semplice intrattenimento, ma come interrogazione etica.

Gli U2 non hanno mai cantato la guerra come spettacolo, ma l’hanno attraversata come coscienza inquieta, come domanda senza risposta definitiva. Quando nel 1983 gli U2 pubblicarono “War”, oltre alla situazione irlandese, l’Europa era ancora una geografia nervosa, attraversata da muri reali e simbolici. La Guerra Fredda non era una metafora, ma una quotidianità. In quel contesto, i quattro ragazzi di Dublino trasformarono l’urgenza politica in suono. “War”, dunque, segna una cesura decisiva nel loro percorso artistico. Mentre i primi due dischi oscillavano tra il post-punk e un lirismo spirituale, “War” rappresenta un atto di impegno politico radicale, una riflessione sulla violenza, sulla guerra e sulle tensioni che laceravano l’Irlanda del Nord e il mondo intero. Emblematica è la copertina dell’album, che mostra il volto di un bambino (Peter Rowan), la cui espressione è dura e determinata, a simboleggiare l’innocenza dell’infanzia messa di fronte alla realtà della guerra. Dei dieci brani presenti nel disco, “Sunday Bloody Sunday” è il più iconico e politico dell’album. Ispirato alla strage di Derry del 1972, il testo descrive la violenza settaria in Irlanda del Nord, ma evita qualsiasi partigianeria: Bono pone domande morali, non dogmi ideologici. “New Year’s Day”, ispirata al movimento Solidarność in Polonia, riflette sulle tensioni politiche globali. In “Seconds”, la minaccia nucleare assume un valore simbolico: la guerra diventa emblema della paura globale, dell’instabilità e della fragilità della vita umana. L’urgenza del testo e della musica simula i “secondi” che separano l’umanità dalla distruzione. Poi c’è “Like a Song…”, che rappresenta la frustrazione e la tensione emotiva che accompagnano la guerra e la violenza; in “Drowning Man” la guerra diventa metafora di come l’umanità rischi di essere sopraffatta dall’odio e dal conflitto; “The Refugee” racconta la storia di una bambina in un campo profughi. In “Surrender”, invece, emerge l’accettazione della vulnerabilità: la resa emotiva diventa metafora di una riflessione sulla violenza. “War”, quindi, non è un semplice album rock, ma un trattato sonoro sulla violenza, sulla guerra e sulla memoria.

Gli U2, attraverso una sintesi tra impegno politico e sperimentazione musicale, producono un’opera che trascende il tempo e il luogo: un invito a considerare la guerra non come un fenomeno inevitabile, ma come una scelta culturale e morale. Del resto l’arte, se autentica, non può essere neutra.

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