«E sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re»: basta questo verso di Ho visto un re (1968, musica di Paolo Ciarchi) per capire quanto la canzone, in Dario Fo, non sia mai stata un’appendice minore del teatro, ma un altro modo di farlo con mezzi più rapidi, popolari, contagiosi e incisivi. A parlare sono dei contadini, una voce collettiva che racconta con lucidità rovesciata il funzionamento del potere: i potenti piangono per ogni minimo torto subito, mentre i villani, anche quando vengono privati dell’essenziale, devono ridere, perché il loro dolore disturberebbe re, ricchi e cardinali, incrinando l’ordine sociale. È uno scherno limpido, quasi infantile nella forma, ma spietato nel contenuto. Già, perché nel centenario della nascita, tornare alle canzoni scritte da Fo significa rientrare nel suo laboratorio più tagliente: quello in cui la satira si fa ritornello, la giullarata si condensa in strofa, la critica del potere si trasforma in un motivo che resta in testa e continua a mordere.
Fo scrive canzoni lungo tutto il suo percorso, in proprio e con complici decisivi. Il primo grande sodalizio è con Fiorenzo Carpi, musicista straordinario per il suo teatro: insieme firmano Sentii come la vosa la sirena (1958, per Ornella Vanoni), una “canzone della mala” in milanese che racconta un malavitoso ucciso dalla polizia. È un esordio rivelatore: Fo non cerca la canzonetta evasiva, ma una forma narrativa capace di portare in musica i margini, i vinti, il sottosuolo urbano. Poco dopo arrivano pagine come La luna è una lampadina (1960, sempre con Carpi), quadretto amaro e grottesco di una Milano popolare e nervosa, da ballatoio e marciapiede, dove il realismo si deforma in caricatura senza perdere verità.
Ma è negli anni della televisione e del cabaret che la sua scrittura per la canzone si allarga. Ed esplode. Ma che aspettate a batterci le mani (testo del 1958, poi singolo nel 1977, musica di Carpi) è quasi un manifesto: è una marcetta istrionica, quanto un invito al gioco scenico, nonché una sferzante autoironia sul mestiere dell’attore e sul bisogno di strappare applausi senza mai diventare cortigiani. Appare qui uno dei punti centrali delle canzoni di Fo: far ridere senza addomesticarsi. La risata non deve consolare, ma smascherare; non deve stemperare il conflitto, ma renderlo più visibile.
Accanto a Carpi, l’altro compagno decisivo è Enzo Jannacci. Da questa intesa, nutrita di Derby, jazz, milanesità e nonsense, nascono alcuni pezzi entrati nel lessico collettivo. L’Armando (1964) e Veronica (1965, con Jannacci e Sandro Ciotti) mostrano già quel gusto per i personaggi storti, marginali, assurdi, che sembrano usciti da un racconto comico e invece portano addosso tutta la malinconia sociale del loro tempo. Poi arrivano Vengo anch’io. No, tu no (1967) e soprattutto Ho visto un re (1968): due canzoni popolarissime, spesso scambiate per semplici filastrocche, mentre dentro custodiscono una ferocia chiarissima.
In Vengo anch’io. No, tu no il meccanismo infantile del dialogo - «Ma perché? Perché no!» - diventa la forma perfetta dell’esclusione. È la società che respinge, il potere che decide arbitrariamente chi può stare dentro e chi deve restare fuori. Una dinamica che, sotto la veste di favola, rivela una consapevolezza politica acutissima.
Questa capacità di sbertucciare il potere attraversa anche il Fo più apertamente militante. Il lavoro su Ci ragiono e canto (dal 1966), nato dalla riscoperta del patrimonio popolare insieme a ricercatori e cantori legati all’Istituto Ernesto de Martino, è un’operazione politica e culturale, che rimette al centro canti di lavoro, di emigrazione, di guerra, di miseria e di lotta. E quando Fo scrive brani nuovi per i suoi spettacoli, quella matrice resta evidente. Popolo che da sempre (1971), dallo spettacolo Tutti uniti! Tutti insieme! Ma scusa, quello non è il padrone?, riprende la lingua aggressiva della piazza: non un’elegia del popolo, ma un’esortazione a non farsi più incantare dal ritorno perpetuo del padrone.
Ma cosa rende eterne queste canzoni? In superficie hanno il ritmo del cabaret, della ballata, della filastrocca, del coro da osteria; sotto, covano un pensiero lucidissimo sui rapporti di forza. Per questo non separano mai comicità e tragedia, farsa e coscienza civile. Anche quando sembrano leggere, portano con sé censura, conformismo, clericalismo, ipocrisia borghese e abuso dell’autorità. Riascoltate oggi, mostrano un Fo forse meno frequentato del grande uomo di teatro, ma non meno essenziale. Perché lì dentro c’è il suo talento più raro: trasformare la denuncia in immagine memorabile, la rabbia in un magnifico contrappunto ritmico, il sarcasmo in canto comune. E far sì che una pernacchia, una volta per tutte, diventi arte.













