Domenica 29 Marzo 2026 | 21:16

Maurizio Micheli: vi racconto il mio Dario

Maurizio Micheli: vi racconto il mio Dario

Maurizio Micheli: vi racconto il mio Dario

 
Nicola Morisco

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Nicola Morisco

L'attore Maurizio Micheli

Maurizio Micheli

“Era l’uomo-spettacolo” Lo sghignazzo arma totale

Domenica 29 Marzo 2026, 19:32

Nel teatro italiano del secondo ‘900, uno degli esempi più significativi di dialogo tra tradizione europea e reinterpretazione contemporanea è rappresentato dalla riscrittura de L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, con musiche di Kurt Weill, rielaborata da Dario Fo nel 1981 con il titolo L’opera dello sghignazzo, su partiture originali di Fiorenzo Carpi. L’allestimento si configurava come un’operazione di traduzione culturale, capace di restituire al pubblico italiano la carica critica del modello brechtiano attraverso un linguaggio rinnovato, popolare e al tempo stesso sofisticato. Accanto a un cast eterogeneo, che includeva anche la cantautrice Nada, la cantautrice e attrice Maria Monti, Graziano Giusti, Cesare Gelli, Violetta Chiarini e Carla Cassola, si distingueva la presenza di Maurizio Micheli, attore dalla spiccata versatilità e dotato di una cifra comica incisiva, peraltro cittadino onorario della città di Bari avendoci vissuto per oltre 10anni. La sua interpretazione contribuiva a rafforzare l’equilibrio tra dimensione ludica e tensione critica, elemento cardine tanto dell’originale quanto della riscrittura.

L’opera di Brecht, ambientata in una Londra marginale popolata da mendicanti e criminali, ruota attorno alla figura ambigua di Macheath, detto Mackie Messer, incarnazione della sottile continuità tra illegalità e rispettabilità borghese. Attraverso straniamento, musica e ironia, il drammaturgo tedesco metteva in luce le contraddizioni strutturali della società capitalistica. Fo, fedele alla propria poetica, ne accentuava gli aspetti grotteschi e satirici, avvicinandoli alla sensibilità contemporanea e nazionale, in un’operazione di forte impatto politico e culturale. In questo quadro, la performance di Micheli si inseriva come elemento dinamico e catalizzatore, capace di rendere accessibile la complessità del testo senza rinunciare alla profondità del messaggio. In occasione del centenario della nascita di Fo e del decennale della sua scomparsa, la testimonianza di Micheli offre l’opportunità di riflettere sull’eredità di un teatro che continua a interrogare criticamente il presente.

«Dopo John Gay con L’opera del mendicante e L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill – commenta Micheli -, una terza versione è stata realizzata da Dario Fo con il titolo L’opera dello sghignazzo, ispirata a quella della coppia tedesca. Ho partecipato a questo spettacolo nel ruolo di Macheath, detto Mackie Messer. Era un modo personale di rileggere quella storia: uno spettacolo riuscito, e mi è dispiaciuto che non sia arrivato a Bari. Fo portava in scena la sua saggezza e la sua sapienza attoriale; l’operazione si basava sulla figura di una sorta di delinquente del Nord Italia, in rapporto con il potere, in linea con il testo originale. Essere diretti da un grande istrione e attore come lui era straordinario. A volte tendeva a darci intonazioni che erano le sue, e io gli facevo notare che non ero lui. Tuttavia, il risultato era evidente: c’erano il teatro, la storia e la sua capacità di arrivare al pubblico. Era un uomo-spettacolo: entrava in scena ed era lui stesso lo spettacolo, con la sua fisicità, il suo corpo, il suo modo di muoversi, di porgere le battute in sala e di catturare il pubblico. Era unico».

Il suo spessore drammaturgico l’ha sempre affascinato?

«Sì, l’ho sempre visto a teatro, ancor prima di essere scelto per il suo spettacolo. A volte, era la fine degli Anni ‘60, partivo da Bari per raggiungere Milano e assistere ai suoi spettacoli al Teatro Odeon e in altre città. Ero quindi un ammiratore del suo teatro, che era unico. Un teatro un po’ cabarettistico, nel senso che lui e il suo personaggio emergevano chiaramente: il suo modo di fare teatro lo inseriva in tutti i suoi testi. Dal punto di vista letterario, c’è un altro giudizio. Il premio Nobel avrebbe dovuto riceverlo per la sua capacità istrionica di salire sul palco e tenere la platea per due ore».

Come affrontò il ruolo di Mackie Messer?

«Quando mi chiamò, gli dissi che non c’entravo con il personaggio: era un gangster. Credo di essere un attore ironico, non drammatico; non ero credibile come bandito e capo di quella storia. Lui mi disse: ‘Fallo come se tu prendessi in giro te stesso e il mondo, quindi fai valere quell’ironia che io vedo in te e che penso di avere anch’io, senza falsa modestia’. Così il personaggio l’ho interpretato a modo mio. Abbiamo fatto 180 repliche».

Possiamo pensare a un messaggio principe per Fo?

«Si è sempre scagliato contro il potere, ma anche contro la presa in giro di chi lo detiene, presente in tutti i suoi testi. Credo che anche adesso avrebbe fatto ironia su queste guerre. Il suo obiettivo era raccontare la lotta anche in chiave comica: riusciva a prendere in giro i potenti attraverso il teatro comico. I suoi testi avevano sempre un fondo drammatico, ma la base era far ridere. E ovviamente c’è Mistero Buffo, dove inventa il grammelot, l’arte dell’attore capace di creare una lingua che non esisteva».

 

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