Domenica 29 Marzo 2026 | 21:20

Architetto delle scene e dei linguaggi

Architetto delle scene e dei linguaggi

Architetto delle scene e dei linguaggi

 
Alessandra Loglisci

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Alessandra Loglisci

Architetto delle scene e dei linguaggi

Abbandonò la facoltà a un passo dalla laurea

Domenica 29 Marzo 2026, 19:34

Nel poliedrico universo di Dario Fo, non poteva mancare l’architettura. Oltretutto, pochi sanno che il “gran giullare” del teatro italiano, alla fine degli anni Quaranta, studia al Politecnico di Milano; anche se abbandona gli studi poco prima della laurea. Il suo rapporto con l’architettura non deriva da una semplice conoscenza della materia, ma permea di sé l’ampio substrato culturale che sta alla base della sua opera teatrale, civile e pittorica.

Fo non ha mai smesso di pensare da architetto. E infatti il frutto del suo ingegno è la perfetta sintesi tra rigore metodologico, creatività e innovazione. Ed è proprio nel metodo che si scopre il suo primo punto di contatto con il mondo dell’architettura. Ogni opera è il frutto di una rigorosa ricerca. Il disegno è lo strumento espressivo privilegiato.

Per Fo, l’atto del disegnare non è solo godimento estetico, ma è un vero e proprio modo di conoscere. Come spesso egli stesso dichiara, ricorre a foglio e penna volendo fare chiarezza nelle idee, per trovare soluzioni a problemi tecnici e narrativi. Se si osserva l’enorme mole dei suoi schizzi emerge subito il carattere “architettonico” del tratto. Realizzati spesso a penna, riassumono l’essenza di un’idea volumetrica o di un movimento. Il disegno è ricerca, verifica e progetto.

E poi c’è un’architettura del linguaggio che emerge con l’invenzione del grammelot (linguaggio teatrale da lui inventato composto da suoni e fonemi non sempre comprensibili in senso letterale). L’attore, in scena, fornisce i “pilastri” del discorso introducendo i temi che tratterà; segue una suggestiva e vorticosa sequenza di suoni e fonemi che non si comprendono del tutto, ma che seguono il ritmo del discorso. Un’architettura razionale sottende l’apparente confusione linguistica. Lo spettatore decodifica il senso anche senza capire tutte le parole.

E sullo spazio scenico? Dario Fo e la moglie Franca Rame portano il teatro fuori dal teatro. Vanno nelle piazze, nelle vecchie industrie, nelle case del popolo. Il teatro non è più uno spazio architettonico tradizionalmente inteso, ma è sistema di relazioni, gesti e suoni. L’architettura è cornice e protagonista dello spettacolo. Nelle sue lezioni sul Duomo di Modena, il premio Nobel per la Letteratura dichiara esplicitamente di non eleggere il maestoso tempio a scenografia d’élite, ma chiede al pubblico di considerarlo il vero protagonista. L’attore guida gli spettatori in una lettura critica e popolare delle narrazioni rappresentate con la scultura.

Fo ama l’architettura medievale. Ama proprio il suo carattere “popolare”. Abbraccia l’espressione “libri di pietra” quando parla delle grandi cattedrali perché raccontano la storia di un popolo che vuole essere ricordato. Questi edifici, dice, sono stati costruiti per volontà e grazie agli artigiani, agli scalpellini e a tutto quel popolo minuto che si opponeva alla nobiltà. Questo spirito medievale è il fondamento del suo teatro. L’opera (d’arte o teatrale) è strumento e mezzo di ribellione e svelamento della verità. L’arte è collettiva e didattica.

Suscita interesse leggere: «Gli antichi ci copiano sempre», intervista in cui Dario Fo risponde ad Alberto Giorgio Cassani ed Elisabetta Gonzo con la sua solita ironia ribelle e insieme affrontano discorsi più tecnici legati all’arte del costruire.

Gli viene chiesto di entrare nel dibattito circa la ricostruzione della Fenice di Venezia, distrutta da un incendio nel 1996. Ricostruire “com’era e dov’era” oppure optare per soluzioni più contemporanee? Questa la domanda. Fo, nella risposta, fa emergere la sua convinta posizione razionalista liberandosi da tutte le nostalgie idealistiche. Ragiona per paradosso. «Immaginiamo che il teatro Bibiena di Mantova bruci» dice. «O lo sai fare e mi dimostri che sai riprodurre perfettamente quello che abbisogna a me, per il mio mestiere, per il pubblico che c’è dentro, oppure i tuoi esperimenti non mi interessano». E, parlando ancora di metodo sottolinea l’importanza della ricerca. In architettura come nel teatro. «Tu mi fai il favore di andare a studiare» ammonisce perentorio.

E infine parla delle scenografie. Fa esplicito riferimento a Le Corbusier (alla modularità delle strutture, probabilmente) per parlare di quei palcoscenici che dovevano portarsi in giro in quelli che egli stesso chiama “spazi alternativi”. Le scenografie di Fo sono spesso “finzione dell’architettura”. La porta è una porta, ma deve fingere di essere un passaggio; la scala è una scala vera che simula il collegamento con spazi retrostanti. L’architettura della scena è, per natura, finta ed effimera, ma concreta nell’idea della sua funzione. E poi c’è la negazione dell’architettura come fenomeno fisico. Ne la fame dello Zanni l’architettura e gli oggetti sono mimati. Lo spazio scenico diventa il prodotto dell’ immaginazione collettiva e condivisa. L’attore con la sua corporeità e con la gestualità guida gli spettatori e costruisce lo spazio.

In definitiva, per Dario Fo, l’architettura non è fatta di mattoni e cemento, ma è materia viva con cui dialogare ribellandosi al potere e alle convenzioni. È un modo di vivere. È un modo di fare arte.

 

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