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Ridere del potere: la stand up comedy conquista l’Italia

Ridere del potere: la stand up comedy conquista l’Italia

Ridere del potere: la stand up comedy conquista l’Italia

 
Giacomo Fronzi

Reporter:

Giacomo Fronzi

Ridere del potere: la stand up comedy conquista l’Italia

Domenica 01 Marzo 2026, 19:13

04 Marzo 2026, 15:48

«Di tanto in tanto, si parla di epoche d’oro. Di solito, sono revival di altri momenti non così dorati ma che, visti dalla giusta distanza, sembrano migliori di quello che sono effettivamente stati. Esistono, però, rare eccezioni. Momenti irripetibili di creatività, intraprendenza, divertimento. Congiunture esplosive. È quello che accade oggi nell’universo della stand-up comedy italiana». Queste parole di Giulio D’Antona, curatore del libro Stand-up Comedy. La prima antologia italiana (2019), danno l’idea di come anche in Italia, da alcuni anni a questa parte, la stand-up comedy abbia raccolto un consenso sempre maggiore (oltre ad aver acceso non pochi confronti, come di recente sul “caso Pucci”, riconducibile a ciò che diremo alla fine). Si tratta di un’affermazione che giunge a qualche decennio di distanza da quando, per come racconta lo stesso D’Antona, negli Stati Uniti, in una notte degli anni Quaranta, un comico del quale ignoriamo l’identità ha preso in mano un microfono e ha intrattenuto il pubblico, tra uno striptease e l’altro, senza seguire alcun copione, ma attingendo al proprio personale archivio di battute e storielle esilaranti. E pare che lo stare in piedi richiamato nel nome di questa forma di spettacolo («stand-up») non fosse legato alla postura dei comici quanto a un modo di dire usato dalla malavita che frequentava i night club nei quali si proponevano anche queste performance estemporanee e alludeva all’essere tipi tosti, che restano in piedi e che nessuno riesce a buttare giù.

Questo tipo di comicità – che nel tempo ha reso famosissime figure come Don Rickles, Jack White, Lenny Bruce, George Carlin, Bill Cosby, Maria Bamford, Gad Elmaleh o attori di cinema come Robin Williams, Eddie Murphy o Jim Carrey –, pur non trascurando l’aspetto della critica sociale e al di là dello stile specifico di ciascun “performer”, si presenta sostanzialmente come una forma di intrattenimento godibile e divertente, talvolta anche irriverente, ma che ha come obiettivo principale quello di far ridere. Ma perché far ridere? Con quali obiettivi?

Se «il riso – scrive Thomas Pavel nel saggio Il romanzo alla ricerca di se stesso – nasce dal contrasto fra la verità dell’imperfezione e la forza dell’ideale che l’imperfezione contraddice», esso sarebbe qualcosa di rilevante, non solo dal punto di vista ludico, ma anche conoscitivo, nel suo richiamare la verità dell’imperfezione e, allo stesso tempo, la potenza dell’ideale contraddetto dall’imperfezione. Anche la comicità della stand-up comedy ha questo carattere? In prima battuta, potremmo intenderla semplicemente come un modo di estraniarci dalle difficoltà esistenziali e di farci tornare (o venire) il buon umore. Tuttavia, potremmo anche sottolineare l’ambiguità del «riso» e della «risata», rifacendoci all’analisi critica condotta nei confronti delle logiche dell’industria culturale da Max Horkheimer e Theodor W. Adorno nella loro Dialettica dell’illuminismo (1947). 

«L’industria culturale – secondo i due filosofi – defrauda ininterrottamente i suoi consumatori di ciò che ininterrottamente promette. La cambiale sul piacere, che è emessa dall’azione e dalla presentazione, è prorogata indefinitamente: la promessa, a cui lo spettacolo, in fin dei conti, si riduce, lascia malignamente capire che non si verrà mai al sodo, e che l’ospite dovrà accontentarsi della lettura del menù». In fondo, si finisce per ridere del fatto che non c’è proprio nulla da ridere. Il riso, che sia rasserenato o terribile, accompagna sempre, scrivono Horkheimer e Adorno, il momento in cui viene meno o si disperde una paura. Il riso anticipa e annuncia il momento della liberazione da un pericolo o «dalle reti della logica» (di dominio). Ecco, allora, che il «riso rappacificato risuona come l’eco del fatto che si è riusciti a sfuggire alla morsa del potere, mentre la risata cattiva perviene a dominare la paura in quanto si schiera dalla parte delle istanze che sono da temere». La risata cattiva, invece, è «l’eco del potere come forza ineluttabile». 

C’è, potremmo allora dire, l’intrattenimento comico che non fa altro che abbassare il livello di guardia, che genera una risposta divertita che nulla concede alla riflessione critica, e l’intrattenimento comico che sfugge alle logiche di dominio. Questa seconda forma, alla quale una certa stand-up comedy può essere ricondotta, non promette soltanto momenti di allegria e spensieratezza, ma anche lampi di critica sociale, tentativi di non annichilire, ma potenziare, la nostra capacità di interpretare la realtà nei suoi aspetti più controversi, complessi e insidiosi, aspetti che, al potere e al sistema, converrebbe lasciare sottotraccia e su cui si vorrebbe evitare il confronto pubblico. Creare una breccia nel silenzio imposto, squarciare i discorsi perbenisti e ipocriti, disvelare verità scomode: anche questi possono essere gli obiettivi della stand-up comedy, ma da perseguire sempre con leggerezza e con il sorriso.

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