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La sintassi perduta sul grande schermo

La sintassi perduta sul grande schermo

 
Anton Giulio Mancino

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Anton Giulio Mancino

La sintassi perduta sul grande schermo

Antonio De Curtis in arte Totò

La verità è che la grammatica, la sintassi e la semantica sono spariti intanto dagli schermi come linguaggio audiovisivo

Lunedì 26 Gennaio 2026, 17:48

«È  una “i” questa qui?», chiede incredulo il contadino del capolavoro di Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli (1978): si rassegna eppure trepida costui all’idea che anche il suo piccolo Minek nella cornice della campagna bergamasca di fine Ottocento si stia alfabetizzando, a scuola. E che fa lietamente l’intera classe della signorina Honey in Matilda 6 [sei] mitica di Danny DeVito, grande film per tutte le età che compie quarant’anni gloriosi, tratto dal romanzo di Rohal Dahl? Impara a sillabare grazie a una filastrocca, mandando in bestia quella bestia che già è la signorina Trinciabue.

Ricordi, prospettive, utopie i film le hanno sempre incamerate, cioè messe davanti alla camera, come un rituale propiziatorio. Bambini che stentano ad apprendere, adulti ripetenti o alle serali hanno fatto onore alla migliore commedia popolare, ora estinta e ricompensata solo dagli incassi. Nella vera storia del cinema italiano c’era una volta la pignoleria giustamente punita con un “paliatone” che il vocabolario e il malcapitato ignoravano: era quella esercitata agli esami di licenza elementare dal maestro Alberto Sordi verso il semianalfabeta archivista Totò in Totò e i re di Roma (1951) di Steno, acronimo di Stefano Vanzina, e Mario Monicelli. Donde la sciagurata rivincita analfabeta nella memorabile lettera esilarante dettata invece dal “colto” Totò allo scrivente Peppino De Filippo in Totò, Peppino e la malafemmina (1956) di Camillo Mastrocinque, nell’eccellenza di una sola inquadratura fissa che dimostra la regola dell’audiovisivo disattesa al giorno d’oggi: che l’effetto comico non ammette la pedanteria del campo e controcampo a schema fisso.

La verità è che la grammatica, la sintassi e la semantica sono spariti intanto dagli schermi come linguaggio audiovisivo. Figurarsi quindi in un’epoca in cui le interpreti delle “presidi” nelle fiction taglierebbero, se interpellate, fuori dallo studio dei programmi scolastici di storia i Sumeri, che almeno la ruota l’avevano inventata, se c’è ancora scampo per le vecchie e meravigliose pagine, anche cartacee degli abecedari, dei quaderni a righe cui affidare le lettere dell’alfabeto da apprendere o le parole da trascrivere.

Le immagini dell’altro scrivano, Felice Sciosciammocca, ancora Totò in Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli, dalla commedia omonima di Eduardo Scarpetta, si sono poi tramandate come in un incanto conoscitivo senza tempo fino a Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore, con il problema di aritmetica e i “conticini” di una volta a mandare in tilt il maturo proiezionista Philippe Noiret, bisognoso anche lui della licenza. Lo scenario attuale, scontando un’ignoranza di ritorno, nell’estasi demente dei dispositivi digitali e dell’intelligenza artificiale ha proprio smarrito per strada carta, calamaio e penna.

Quando si scrive bisogna stare attenti non a farlo bene, con proprietà linguistica e cura lessicale, ma ormai a non farlo troppo bene, perché scatta l’alzata di scudi addirittura di sedicenti intellettuali, editor e persino pedagogisti i quali da asini rivendicano il diritto a non andare oltre un vocabolario ridotto all’osso, per non essere incomprensibili o “ostici” alla massa mediatica. Eccoli quindi a correggere frasi troppo lunghe, per spirito “democratico”, e a ridurre al minimo insindacabile proposizioni e periodi, fino a mandare in soffitta quegli eroici punti e virgola che persino in Totò, Peppino e la malafemmina obbedivano al motto latineggiante alla Totò, “abbondandis ad abbondandum”.

L’ignoranza ostentata, come (s)ragione di merito e nuova campionessa d’incassi, batte il remoto e innocente analfabetismo, con un atteggiamento che non c’entra più con la condizione sociale, bensì con la tracotanza fiera del rifiuto in blocco della cultura, quindi del pensiero autonomo, possibilmente sin dai primi passi. L’arroganza corrente ha preso di mira la lingua scritta, destinata o condannata a scomparire: la profezia della sostituzione dei vocali alla scrittura manuale dei messaggi affiora allusiva ad esempio in A Ciambra (2017) di Jonas Carpignano. Per non parlare delle cifre tonde, fintanto che le parole esisteranno ancora e i nessi logici saranno implicati, quelli elementari, da scuola elementare “d’antan”. Tempi duri per i numeri tanto cari alle tifoserie attente agli esiti commerciali cinematografici. In Giù la testa (1971) di Sergio Leone il rapinatore messicano, ovviamente analfabeta, Rod Steiger, comprende benissimo che il dinamitardo rivoluzionario irlandese interpretato da James Coburn è un ricercato; e non perché sappia leggere e scrivere, bensì perché ha visto gli zeri in file sopra il suo ritratto su un avviso cartaceo. Ebbene spettatori e critici cultori della maggioranza presunta, sullo stesso piano argomentativo, giudicano ugualmente i film al botteghino, alimentandolo, come questo Juan che conta gli zeri e dunque sa quanto vale John nell’ultimo western di Leone.

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