Lunedì 26 Gennaio 2026 | 20:47

Il fuoco del linguaggio, tecnologia della civiltà

Il fuoco del linguaggio, tecnologia della civiltà

 
 Giacomo Fronzi

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Giacomo Fronzi

L'alfabeto imperfetto della tempesta perfetta

Il linguaggio, prima, e l’alfabeto, poi, rappresentano non delle specificità come altre, ma tecnologie che hanno condizionato in modo decisivo lo sviluppo del genere umano e delle società

Lunedì 26 Gennaio 2026, 17:40

Nelle nostre conversazioni informali e ordinarie, spesso capita di citare una famosa definizione dell’essere umano fornita da Aristotele: animale politico (zoon politikón). Ve n’è un’altra, tuttavia, che viene richiamata con meno frequenza, ma che sottolinea, in modo essenziale e sintetico, una caratteristica esclusivamente e precipuamente umana: animale dotato di parola/ragione (zoon logon èchon). Il linguaggio, prima, e l’alfabeto, poi, rappresentano non delle specificità come altre, ma tecnologie che hanno condizionato in modo decisivo lo sviluppo del genere umano e delle società. Paradigmatica resta l’analisi proposta da Marshall McLuhan nel suo Understanding Media (Gli strumenti del comunicare) del 1964, lavoro davvero rivoluzionario nel quale il sociologo canadese sostiene che «l’alfabeto fonetico fu la tecnologia che servì a creare “l’uomo civilizzato”, gli individui separati ma uguali davanti a un codice di leggi scritte. La separazione degli individui, la continuità dello spazio e del tempo e l’uniformità dei codici sono le principali caratteristiche delle società alfabete e civilizzate». Quando McLuhan si riferisce all’alfabeto come tecnologia non intende semplicemente un insieme di lettere utile a scrivere parole o a rinnovare le forme della comunicazione, ma, con conseguenze ancora più radicali, qualcosa in grado di modificare profondamente il modo di pensare, di percepire il mondo e di organizzare la vita sociale. Rispetto alle società pre-alfabetiche, quelle che hanno elaborato un alfabeto fonetico articolano un pensiero che inizia ad assumere una forma lineare, ordinata, analitica. Non si tratta di un semplice cambiamento di stile comunicativo, ma di una ristrutturazione della mente, che implica una separazione dall’esperienza immediata, condizione che favorisce l’emergere di uno dei caratteri specifici della cultura occidentale, vale a dire il primato della vista. L’alfabeto fonetico è una tecnologia visiva. Scrive McLuhan: «Come intensificazione ed estensione della funzione visiva, l’alfabeto fonetico diminuisce in ogni cultura soggetta alla sua egemonia l’importanza degli altri sensi, udito, gusto e tatto. Ciò non accade nelle culture, come la cinese, che usano caratteri non fonetici, e possono così conservare quel ricco repertorio di percezioni generali e di esperienze profonde che tende a corrodersi nelle culture civilizzate dall’alfabeto fonetico». Pro e contro dell’alfabetico fonetico, si potrebbe grossolanamente dire. 

Ma, nel riflettere su come la scrittura e l’alfabeto fonetico possano riconfigurare il nostro modo di vedere il mondo e di relazionarci con esso (quindi, ben al di là di una risposta alla “semplice” necessità di comunicare), c’è almeno un secondo aspetto da tenere in considerazione. Fin dal suo configurarsi in età classica, la cultura occidentale (circoscrivendo il discorso alla sola teoria e alla riflessione speculativa) si è orientata verso la ricerca della verità, seppur nella forma iniziale dell’indagine sui principi fondamentali che stanno all’origine delle cose. Rispetto a questa ricerca, la transizione dall’oralità alla scrittura e la pratica della scrittura alfabetica hanno svolto una funzione così decisiva da porsi a fondamento della questione stessa della verità. Secondo Carlo Sini, infatti, solo chi scrive, chi pratica la scrittura, può imbattersi nel problema della verità, non colui che parla. Questa posizione, radicalmente opposta rispetto alle tesi socratiche, si basa sulla convinzione che colui che scrive è anche colui che legge, il quale, ponendosi a una certa distanza dalla parola scritta, ha la possibilità di porsi la domanda sul suo significato di verità (C. Sini, Filosofia e scrittura). Le origini di questa impostazione andrebbero rintracciate, per come ha sostenuto Eric Havelock, nei primi tentativi di invenzione di un linguaggio e di un lessico concettuali, riconducibili alla Scuola di Mileto e ai pensatori presocratici. Questi avrebbero dotato di una nuova sintassi (non più orale) il linguaggio di Omero e di Esiodo, dando vita a quella che egli ha definito «primitive theoretical language».

La conquista dell’alfabeto e della scrittura alfabetica, dunque, oltre a segnare di fatto la nascita della civiltà occidentale – se è vero che quest’ultima è costruita sull’alfabetismo, inteso come trattamento uniforme di una cultura attraverso il senso visivo esteso nel tempo e nello spazio dell’alfabeto –, ha dato al pensiero un’apertura nuova, orientando la ricerca della verità e configurando una nuova esperienza del mondo. E su questa possibilità, nel tempo di un sempre più preoccupante analfabetismo funzionale diffuso, dovremmo forse fermarci a riflettere con maggiore intransigenza.

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