Senza scrittura non ci sarebbero scrittori e, nota bene, non ci sarebbero né letteratura né fantasia. Per dare sostanza a questa idea di scrittura come prima e intramontabile stazione del viaggio umano nel tempo e nello spazio non possiamo che partire dallo stupore: “Sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? Parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e diecimila anni? E con qual facilità? Con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta”. Non possiamo che partire da Galileo Galilei, dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632). Pagina esemplare, per il Calvino delle Lezioni americane, di quel tipo di ‘valore’ che può essere portato nel “prossimo millennio”, nel nostro, senza pretesa di escluderne l’opposto: l’assenza di segni, la pagina bianca, l’analfabetismo. Del resto per chi fu da sempre disavvezzo alla pagina scritta l’impatto inatteso con le stringhe dei grafemi fu una grande e spaventosa meraviglia. Galilei cita le Indie, “parlare con quelli che son nelle Indie”, e pare riferirsi a una fase già avanzata, alla decifrazione da parte del colonizzato di una scrittura che arrivò da un altro pianeta, che coincise con la fine stessa delle Indie incontaminate. C’è però un doloroso antefatto, che può essere raccontato anche dal suo epilogo.
Quando il missionario spagnolo Marcos García giunse a Vilcabamba, Perù, cent’anni dopo Colombo, per convertire Titu Cusi Yupanqui, sovrano Inca dal 1557 al 1570, quel re, di fronte al Libro, fu colto prima da horror vacui poi da una sconfinata ammirazione per quella civiltà semidivina della scrittura che stava per sottometterlo completamente. Gli Inca non ebbero una loro scrittura, ma solo un sistema mnemonico di nodi (quechua) per calcoli astronomici e formule magiche. Quel re si convinse della superiorità dei bianchi europei anzitutto per il fatto che fossero in grado di “parlare da soli dentro certi panni bianchi, come una persona parla con un’altra”, perché leggevano libri e lettere. Ecco allora la questione da mettere a fuoco: l’abitudine quotidiana ci priva lentamente dello stupore per il prodigio della scrittura, un sole esplosivo nei primi anni di vita, un silenzioso buco nero nel tempo a seguire. Ammenoché non ci si chiami Titu Cusi o Galileo, entrambi grandi astronomi nelle rispettive culture, o Giorgio Raimondo Cardona, vera supernova delle scienze storiche e linguistiche, morto troppo giovane, a 45 anni, come quel Furio Jesi, svanito a 39, altra grande personalità mercuriale del secondo novecento italiano.
A Cardona dobbiamo l’inizio di una vera e propria rivoluzione scientifica: l’integrazione della paleografia e della linguistica con l’etnografia. Da professore di Glottologia, e ancor prima imberbe studioso della lingua armena, dedicò gran parte delle sue energie allo studio sul campo delle lingue rimaste prevalentemente o totalmente orali, le amerinde o quelle del deserto africano. Autore di pietre miliari come Introduzione all’etnolinguistica (1976), I sei lati del mondo (1985), Storia universale della scrittura (1986), Antropologia della scrittura (1986), libri pubblicati da Mondadori, Laterza, Utet e oggi quasi del tutto introvabili e che a distanza di cinquanta o quaranta anni possiedono ancora una straordinaria freschezza.
Ma veniamo alle tesi centrali di queste luminose ricerche, cui negli anni hanno dedicato pagine fondamentali studiosi e maestri come Armando Petrucci e Corrado Bologna. Per prima cosa il perimetro dell’indagine, spinto molto oltre l’orizzonte indoeuropeo ed eurocentrico. A seguire lo slittamento dal piano della lingua e dei segni scritti al piano dei gesti, delle operazioni mentali preliminari e degli utensili con cui si compie l’evento della scrittura, in una formula: la storia dello ‘scrivere’. Anche per Cardona il rapporto tra la lingua che parliamo e quella che scriviamo è strutturale, organico. L’assoluta unicità del suo punto di vista sta invece nell’ordine genetico, che rovescia la sequenza cui siamo stati abituati a pensare il corso degli eventi, dall’oralità alla scrittura. Le cose andarono e vanno diversamente. È la scrittura, la funzione grafica il vero spartiacque, in cui la lingua che parliamo e i pensieri che concepiamo e organizziamo si plasmano, esistono: “buona parte delle nostre attività conoscitive e mentali… ha come punto di partenza il riferimento al modello della scrittura”, una scoperta che, considerando la sua vasta portata, compresa la vita di tutti i giorni, continuerà a lasciarci a bocca aperta.
















