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i dati

Una ricerca nel Salento
Aumenta l'infertilità
«Colpa dell'inquinamento»

Il problema riguarda quasi il 50% degli uomini

culle vuote

di TIZIANA COLUTO

Quasi il 50 per cento degli uomini salentini ha problemi di infertilità. Uno su due. Un dato che è un pugno nello stomaco. Emerge da uno studio ancora in itinere iniziato a luglio e che probabilmente verrà ultimato nella prossima estate. Già dai primi rilievi, tuttavia, c’è da far suonare la sveglia: è data per certa la diretta correlazione tra inquinanti ambientali e riduzione del potenziale fertile del liquido seminale.

Questa mattina, le indagini sull’infertilità nelle province di Lecce e Brindisi saranno presentate durante il convegno “Inquinamento ambientale e infertilità”, organizzato dal Centro di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) della Casa di Cura Professor Petrucciani di Lecce. Sono stati i suoi medici a portare avanti la ricerca: su cento soggetti valutati, ben 46 hanno presentato una significativa riduzione del numero, della motilità e della morfologia degli spermatozoi rispetto ai parametri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. E questo fa il paio con un altro dato, emerso da uno studio condotto nel 2012 dall’Università di Bari: nella zona di Brindisi e Taranto, l’infertilità di coppia è pari al 20/25 per cento, dieci punti percentuali in più rispetto alla media nazionale che è del 15 per cento e con un picco di menopausa precoce nelle donne del più 26 per cento nella sola area a 20 chilometri da Taranto.

«Sono moltissimi gli agenti e le sostanze inquinanti che ogni giorno impattano sulla nostra vita quotidiana - spiega Giovanni Presicce, responsabile del laboratorio Pma - ad esempio gli iperfluorati, usati in una larga varietà di prodotti di consumo; gli ftalati, impiegati nei giocattoli per bambini; i parabeni, usati soprattutto nei profumi e nei saponi; il bisfenolo A, utilizzato principalmente per la produzione di plastiche, senza dimenticare poi i fumi tossici (diossina) che si sviluppano dagli incendi di materiale plastico e di rifiuti di ogni genere abbandonati nell’ambiente o tutti gli inquinanti che giornalmente ingeriamo perché presenti negli alimenti. Inoltre, studi scientifici hanno evidenziato il manifestarsi di effetti irreversibili con mutazioni epigenetiche nel feto».

Il punto di partenza dell’indagine è stata la considerazione dell’esistenza sul territorio ionico-salentino di grandi aziende che per la loro attività produttività e per i loro prodotti di scarto potrebbero influire sulla salute riproduttiva.

Al momento, si stima che circa il 15 per cento delle coppie in età fertile abbia problemi di infertilità. Ecco perché l’urgenza di una stretta sorveglianza: «Allo stato attuale - spiegano i medici della Petrucciani - i dati a disposizione incoraggiano ad invitare sempre più le persone a mantenere un corretto stile di vita, alimentare e comportamentale quali fattori propedeutici per una migliore salute riproduttiva nonché generale».

Il risanamento ambientale è l’altro asse portante del ragionamento.

Sono tre i centri pubblici di procreazione assistita in Puglia, dislocati negli ospedali di Nardò, Conversano e al Policlinico di Bari, mentre sono undici quelli privati, come quelli della clinica Petrucciani e della Tecnomed di Nardò. In tutti i casi ci sono liste di prenotazione considerevoli. E le coppie spesso vengono lasciate da sole ad affrontare il percorso, anche dal punto di vista economico: solo nel pubblico si spendono all’incirca mille euro per sottoporsi al trattamento, soldi che fino a qualche anno fa la Regione Puglia rimborsava ai nuclei con Isee inferiore a 15mila euro, mentre oggi risultano congelate, nelle casse regionali, somme pari a un milione di euro. In questa storia, innegabilmente, c’è anche un aspetto sociale da dover riconsiderare.

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