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Le tradizioni regionali
roccheforti della risata

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Gennaro Nunziante e Checco Zalone

di Pasquale Bellini


La comicità, insieme alla risata che ne è la conseguenza diretta, è una cosa seria. A volte addirittura con implicazioni drammatiche. Come per il giornalismo il luogo comune vuole che a fare notizia sia il cane che morde l’uomo e non il contrario, così nel campo del comico si sa che a far ridere è (purtroppo) la vecchia che scivola per la strada, il tizio che perde l’equilibrio e cade dalla bici, ecc. ecc., come la sequela di video che vanno sotto il nome di Scherzi a parte ci dimostra abbondantemente. Una componente di voyerismo, un po’ crudele e sadica, è spesso insita tra gli elementi della comicità: per la serie «meglio a lui che a me», oppure (più correttamente) la comicità, con il riso quale effetto conseguente, scatta come riflesso della psiche quando un evento, un episodio, una reazione, una parola o una frase risulta sorprendentemente o improvvisamente interrompere di colpo la prevedibile sequenza spazio-tempo degli eventi, quelli che abitualmente ci aspettiamo come compatibili con la realtà. Il riso perciò sarebbe una sorta di risarcimento nervoso, a titolo di riequilibrio difensivo, rispetto a una brusca interruzione del rapporto dell’io con il mondo esterno. Il tutto, insieme ad altro, fu detto e scritto (certo meglio di quanto sopra!) nientemeno che da un filosofo, Henri Louis Bergson, nel suo celebre Il riso pubblicato nel 1900, proprio mentre a Vienna il dottor Freud trafficava con i sogni, i lapsus, i cosiddetti motti di spirito e l’ inconscio della gente.

Nel frattempo però in Italia, nientemeno che Benedetto Croce nella sua Estetica del 1902, stabilendo il primato della poesia lirica su tutte le altre manifestazioni dello spirito umano, relegava tutto ciò che è realistico, dalla narrazione al teatro fino alle espressioni più prosaiche del quotidiano, all’interno di una scala di valori inferiore e del tutto squalificata. Vietato ridere, pertanto. O vietato considerare ciò che attiene alla comicità o al riso come degno di «alta» espressività linguistica, visto che caratteristica della comicità (e del riso) è appunto il suo attenere alla dimensione fisica o addirittura fisiologica della condizione umana: produce comicità e riso lo scarto dalla norma, il lapsus comportamentale, l’eccesso e l’eccezione rispetto alla regola psico-fisica riscontrabile nella realtà e prevedibile.

Fanno ridere il troppo magro, o il troppo grasso, il troppo vigliacco, l’affamato, il balbuziente, l’avarissimo all’interno di un riscontro-confronto con il reale che si basa su un concetto del tutto convenzionale e acquisito di verità fisica o psicologica. Ma tutto ciò è «bassa forza» dal punto di vista culturale, secondo l’idealismo crociano, beninteso! Ne ha ben fatto tesoro, trasferendosi totalmente in un Medioevo cristiano, Umberto Eco col suo Il nome della rosa e il ritrovamento contestato del libro di Aristotele sul riso.

Tornando a noialtri italiani novecenteschi, non si ride quindi con D’Annunzio, ché il suo superuomo pensa solo a sedurre, a volare altissimo, a profondere e sperperare versi con voluttà: è il Vatissimo che fa benissimo. Non si ride del resto con i Futuristi: troppo protagonismo, troppa velocità, troppo prendersi sul serio, troppa guerra igienica soprattutto! Non si riderà affatto, figuriamoci, col Fascismo e dintorni. Il povero Pirandello, che pure ha scritto un saggio su L’umorismo e vi ha impostato tutta la sua teoria del contrario, partendo proprio dall’élan vital bergsoniano, non esce da una considerazione tra l’austero e il nevrotico della condizione umana. Quindi è vietato ridere, almeno ai piani alti della cultura italiana. Tocca rifugiarsi nei piani bassi (appunto!) delle culture regionali, vernacolari o presunte tali. I grandi scrittori comici italiani infatti li ritroviamo, nel ‘900, in teatro, e sono Ettore Petrolini, Raffaele Viviani, infine i De Filippo, a cominciare dal grande Eduardo, e via via (storicamente proseguendo) fino a Dario Fo.

Una tradizione questa delle «lingue territoriali» italiane, ad allargare il campo dal teatro ad altri specifici, in cui che recuperiamo l’elemento del comico-satirico andando indietro attraverso la poesia di Giuseppe Gioacchino Belli e ancora di Carlo Porta, tornando in area teatrale con Goldoni tra veneziano e italiano, con le improvvisazione della Commedia dell’arte e le sue maschere «dialettali», e ancora più indietro con il Ruzzante «padano» del ‘500, fino all’Aretino, alla toscanaccia Mandragola di Machiavelli o all’epica comica del Pulci. È come se, all’italiano letterario, sia stata per decreto negata la facoltà del comico, e la colpa non può essere certo tutta di Croce! A voler poi riprendere quel saggio di Bergson, Il riso per l’appunto, al suo interno l’autore, dopo aver distinto le tre categorie della comicità (fisiognomica, di carattere, di situazione), attribuiva una dimensione tutta sociale alla comicità e al ridere: si ride fra uomini e donne all’interno di una società e di un gruppo che condivida lo stesso codice morale, civile, comportamentale. Non si ride da soli, di qui l’importanza attribuibile al teatro. Del resto sulla funzione «sociale» del comico e del riso scrissero poi gente come Bachtin, Dupréel, per non dire degli studi sul rapporto fra comicità e linguaggio di Jakobson, Lacan, Todorov, Lucie Olbrechts…

A questo punto del discorso, e dell’articolo, qualcuno interrompendo la lettura (anche il sottoscritto) si chiederà: ma da dove è venuta fuori questa prosopopea pallosissima da professore? Non sarà un effetto dello spumante di Capodanno? Basta, i fumi della cultura mi hanno dato alla testa, confesso che ho peccato, chiedo perdono. Espierò, pentito, per tutto l’anno. Mai più citazioni, mai più lezioncine. Quanto ai comici italiani dell’ultimo cinquantennio: è un anno nuovo, si vedrà di badare anche a loro, povere stelle. Auguri.

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