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Francia, è già remake Macron-Le Pen . Il dibattito? Identità e crisi economica

Francia, è già remake Macron-Le Pen . Il dibattito? Identità e crisi economica

Il duello delle Presidenziali di Francia

Alla «Gazzetta» le opinioni sulla contesa transalpina degli studiosi Ignazi, Sajous e Tarchi

10 Aprile 2022

Michele De Feudis

Si vota oggi per il primo turno delle presidenziali francesi, e come spesso accade, le contese elettorali transalpine anticipano schemi che si sono poi riproposti nella politica italiana. Le categorie della destra e della sinistra nella corsa all’Eliseo sono a tratti indecifrabili e per questo la «Gazzetta» ha chiesto agli studiosi Michèle Sajous (Università di Bari), Piero Ignazi (Università di Bologna) e Marco Tarchi (Università di Firenze) di fotografare le ragioni fondanti della corsa all’Eliseo. I sondaggi delle ultime ore registrano il primato di consensi del presidente uscente Emmanuel Macron, seguito dalla identitaria Marine Le Pen, con distanziato al terzo posto il sovranista di sinistra Jean-Luc Mélenchon. Solo quarto il polemista ultrareazionario Eric Zemmour, davanti alla postgollista Valérie Pécresse. Si potrebbe prefigurare un remake del duello del 2017 Macron-Le Pen.

Spiega la professoressa Michèle Sajous: «La borghesia francese è spaventata dai consensi dei sovranisti. C’è osmosi tra il mondo culturale più a destra e l’area politica più patriottica. Non a caso il discorso estremo di Zemmour, volto a rimpatriare gli immigrati africani, ha una forte presa nelle periferie». La leader dell’ex Front National appare più moderata? «Vuole essere soft - chiosa la docente dell’ateneo barese - non so cosa voglia. Io voterò per Macron. Emmanuel Carrère sul Corsera lo definisce di “destra honorable”? Non mi convince. Assomiglia più al nostro Mario Draghi». Anche Piero Ignazi dissente dall’autore della biografia cult Limonov (Adelphi): «Macron è un centrista: ogni tanto ha posizioni più liberal e altre più liberali in senso economico. Prende voti da destra e sinistra. Ora più da destra». «Il leader de La République En Marche come Draghi? Non hanno nulla in comune. Macron - argomenta il politologo - era un giovane sconosciuto in ascesa prima dell’elezione. Draghi è una personalità dell’establishment internazionale». Anche la svolta dalla destra radicale al centrodestra della Le Pen non supera l’esame per l’accademico di Faenza: «Il fondo delle sue posizioni resta antiliberale». L’elettorato però la premia: «Il problema è che gli elettori gollisti si sono spostati a destra, riconoscendosi in posizioni che 15 anni fa avrebbero rigettato. Il nodo sono le posizioni non più così distinte dei lepenisti da quelle dei conservatori».

Marco Tarchi, direttore della rivista «Trasgressioni» (tra le più raffinate pubblicazioni scientifiche europee sul populismo), non crede per niente alla classificazione di Macron come esponente di una destra presentabile: «Carrère? Penso che la sua sia una strizzata d'occhio per far recuperare a Macron i voti che al primo turno andranno alla candidata dei Républicains. Ma non ce ne sarebbe stato nessun bisogno: Pécresse certamente sosterrà Macron già da stasera. Macron fa politiche economiche di destra, ma culturalmente è un progressista a tutto tondo». E sulla svolta della Le Pen il politologo fiorentino ha un giudizio articolato: «Alcuni dei principi fondamentali che hanno caratterizzato la storia del suo partito, primo fra tutti l'ostilità all'immigrazione di massa e al multiculturalismo, sono tuttora presenti nel suo programma, mentre si è distaccata dal retroterra culturale tradizionalista caro a molti dei quadri intermedi e dei militanti del Front national. La sua proposta politica non è di destra, ma populista».

Intanto la novità Zemmour non ha sfondato. Cosa resterà della fastosa corsa del polemista? «Dipenderà dall'atteggiamento che Zemmour e i suoi assumeranno da domani. Si intestardiranno nel voler fare corsa solitaria o cercheranno di ricucire i rapporti, ora molto logorati, con l'elettorato neo-lepenista per animare liste comuni? Nel primo caso, la candidatura Zemmour potrebbe rimanere, politicamente, una meteora. Ma certamente ha contribuito a rendere più spendibili argomentazioni sinora demonizzate». Per Tarchi il ruolo della saggistica e della letteratura identitaria, nella quale rientrano anche i romanzi dell’anarchico di destra Michel Houellebecq, ha contribuito solo in parte al rafforzamento dei “patrioti”: «Certo, Zemmour stesso è stato, da saggista, il maggior promotore di un'azione di contrasto alla cultura del politicamente corretto. Ma la crescita dei consensi attorno ai temi da lui agitati è un riflesso della condizione di crescente degrado della vita sociale francese, su cui il dibattito intellettuale incide ben poco». Sullo sfondo c’è la crisi della sinistra socialista: «Emerge la pochezza e subalternità dei contenuti dei programmi e, più in generale, del discorso politico socialista. Ma il PS è molto radicato nel notabilato politico locale e gestisce molti comuni ed alcune regioni. Difficilmente il tracollo della candidatura di Hidalgo lo farà scomparire dalla scena. Mélenchon ha una notorietà e una capacità dialettica notevoli, il che lo aiuta in un'elezione personalizzata, ma il suo partito "gassoso" (come lo definisce lui) è fortemente eterogeneo e certamente non in grado di rappresentare le istanze di gran parte dell'opinione pubblica di sinistra». Quanto è pesata la politica estera nel dibattito per l’Eliseo? «L’impressione iniziale - puntualizza Tarchi - era che Putin avesse già deciso l'esito elettorale, facendo stravincere Macron. Ma, se si presta fede ai sondaggi, pare che i francesi diano molto più peso alle questioni interne, e su quel terreno Macron è fragile, avendo scontentato, o addirittura irritato, vari settori della società transalpina nell'arco del suo quinquennio di presidenza». Su Zemmour Ignazi invece precisa che la sua candidatura rivela come «la Francia si trovi in una situazione di grande malessere. E gli elettori trovano risposte a destra e non a sinistra, su temi identitari, xenofobi e intolleranti».

Quindi il peso della cultura di destra appare meno rilevante («in Francia ci sono sempre stati pensatori conservatori di peso, come Jean d’Ormesson») rispetto alla capacità delle destre apparire efficaci per le masse di non garantiti. Il fronte progressista, per Ignazi, paga le troppe frammentazioni: «Mélenchon in effetti se ci fosse stato meno attrito tra le sinistre, sarebbe arrivato al ballottaggio, non ma non c’è stata l’intelligenza di riunirsi. A chi assomiglia? Al vecchio Fausto Bertinotti, un po’ più descamisado. Non è un tipo da cachemire, ma si esprime con più demagogia». La campagna elettorale per l’autore de «Il polo escluso» (in autunno nelle librerie per il Mulino con il saggio «Elezioni e partiti dal 46’ ad oggi») è stata tutta concentrata «sulle questioni interne. Di guerra o esteri si è parlato molto meno di quanto mi sarei aspettato. Si è discusso più di temi interni, del costo della vita, come dice la Le Pen. Anche perché Oltralpe non c’è tutta l’economia grigia che c’è da noi». L’ultima battuta di Ignazi è sull’ipotetica alleanza delle destre al secondo turno: «La Le Pen difficilmente andrà così male come nel 2017. Tutto dipende da cosa succede ai repubblicani». In che senso? «Cinque anni fa i gollisti non avrebbero mai scelto la Le Pen. Oggi saranno molti di più gli elettori repubblicani a spostarsi a destra».

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