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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Ostaggi Selvaggi

Rocco Papaleo si racconta: «Anche in questa reclusione il vivere lucano è la ricetta giusta»

Scrive il suo nuovo film e nel cuore c'è sempre la sua Lauria

Rocco Papaelo, attore e regista di Lauria

Per animare le ore della clausura da coronavirus ho pensato di ascoltare pugliesi e lucani più o meno famosi condannati al medesimo destino. Con l’assistenza spirituale del gatto Dorian, mio convivente.

Una bruma piangente si è seduta sul cielo. Magari piove anche lì da lei, Rocco Papaleo.

«A Roma ci sta brutto tempo. Tempo brutto e brutti tempi. Ci ritroviamo tutti ad affrontare una equazione difficile. Risolverla matematicamente non mi pare sia possibile. Si accetta la realtà del bollettino giornaliero. Ognuno trova la giusta via per sé, come dire. Ho sentito che i numeri dei contagi sono in calo, vedremo. Intanto accogliamo certe cose positive: la natura che si rigenera, un ambiente più vivibile nell’emergenza del clima».

Che fa in queste giornate di eclissi?

«Esco pochissimo, una volta alla settimana: meno male che qua a Monte Verde, collina silenziosa sopra a Trastevere, ho il terrazzo e un box con il tapis roulant per fare un poco di esercizio. Non vedo nessuno, c’è mio figlio al piano di sopra che mi dà un fiato. Con i vecchi amici tipo Alessandro Gassman o Leonardo Pieraccioni, o i conoscenti, ci sentiamo su Skype, una comoda scoperta in questa disgrazia. Nel lavoro riusciamo a interagire. Io, come tutti nel mio ambiente, non concepivo di restare fra le quattro mura per più di due giorni. Sempre in giro, sempre a mangiare fuori. Invece adesso sto fermo. Mi sono organizzato, dopo le prime tre settimane molto dure. Esco una volta alla settimana per fare la spesa e cucino cose mie, pasta, molta verdura, salmone, pollo, biscotti, cereali, e programmo pure i menù. Al sapore della Basilicata che conosco da bambino, peperone crusco, u zafarane di Senise. E al resto mi rassegno».

La lucanità deve essere una forma di filosofia. Se ci sono dei vincitori in questa prova perdurante di dolore, siete proprio voi basilischi, se ci passa il termine: numero di decessi per coronavirus al minimo dei minimi, contagi azzerati nelle ultime statistiche. Bassa densità di popolazione, ritmi meditativi, elementi naturali in prima fila. Una lezione sotto ogni aspetto della vita.

«Confermo tutte quante queste cose. La Basilicata ha tempi lenti e pure la fortuna rara di garantire una grande distanza fra persona e persona. A misura umana, se vogliamo dire».

Sento un’eco di tomba alle sue spalle.

«E ci mancherebbe, sono solo. Che voci vorrebbe sentire? Non convivo, non ho neanche una fidanzata da un po’. Né ho rapporti saltuari più leggeri. Però ho spesso la chitarra in mano. Io suono, compongo canzoni, mi considero un cantautore, questo è il mestiere che volevo fare, più che l’attore o il regista».

Che chitarra ha?

«Ne ho quattro. Una classica, una acustica, l’elettrica, la semiacustica. Ma preferisco la acustica. Ora la vado a prendere, le dico che marca è».

Soffre quindi la concorrenza della sua conterranea Arisa, il cui nome completo è Rosalba Pippa, e non è colpa mia. Nata a Genova ma cresciuta a Pignola, Potenza, con la famiglia.

«Arisa è una ragazza meravigliosa, una persona amabile, bravissima, oltre che un’artista dalla gran bella voce. Le voglio molto bene. Poi non ho più di queste velleità. Ho inciso Che non si sappia in giro nel ’97, il cui titolo è stato un presagio del destino del disco, che non si è filato nessuno. Poi La mia parte imperfetta…».

Firmando però l’inno «Basilicata on my mind», in italiano e in dialetto, che è carino.

«Ma non di sola musica vive questo Papaleo. Sto lavorando parecchio, sto scrivendo un nuovo film. Onda su onda non era andato molto bene, mi ero demotivato un pochetto. Invece qua in clausura mi è tornata la voglia di raccontare una mia storia. Mi sento costantemente con Walter Lupo, da trent’anni lavoriamo insieme. Sono ancora alle prime battute, non posso rivelare niente, ma una cosa è certa: è un film in cui alla fine si ritorna alla Basilicata, le mie origini».

A Sud ultimamente aveva piantato le tende.

«Praticamente sto sempre in Puglia da voi. Il film di Verdone, Si vive una volta sola, Il grande spirito, Sergio Rubini. Poi mi sono trasformato in un felino nel Pinocchio di Matteo Garrone».

Regista che rivela un’inclinazione naturale a lasciare emergere il perturbante, per usare un vieto termine psicanalitico.

«Un grandissimo, mio preferito. Faccio il Gatto, con la Volpe che è il compare storico mio Massimo Ceccherini. Ore e ore di trucco, un’opera incredibile. Ma meglio Gatto che cane, animale con cui non ho un grande feeling».

Gatto antropomorfico. Il gatto vero, Dorianino (Dorian), è qui sul mio tavolo che schiaccia un pisolino. Avrà letto Carlo Levi. Essere lucano dentro. Non «Essere John Malkovich» bensì Antonio Rocco Papaleo da Lauria.

«Rispondo all’appello come Papaleo e ancora di più come lauriota, felice e fiero di esserlo. Per un periodo, innamorato di piazza Vittorio, mi sarei trasferito a vivere a Torino, è una città che mi piace molto. Ma sono rimasto nella capitale. E poi ovunque vada è ovvio che farò ritorno alla mia terra, che nella mia terra mi ci sento, la Basilicata è l’origine e la fine».

Come ogni certezza.

«Vede, adesso sto a Roma, ma con il cuore che sta lì, al rione inferiore, “u burgu”, dov’è casa mia, più ancora che al superiore, “u castiddu”. Cioè nella parte sud di Lauria, essendo io per l’appunto un meridionale perfino nel paese mio».

La «città divisa». Ci sono stato per seguire una vicenda elettorale. Nel rione superiore parlano con una certa fonetica, attraversi la strada e senti i vecchi che intrecciano un lauriota diverso. Su festeggiano San Nicola di Bari dall’omonima chiesa, voi sudisti San Giacomo, se ricordo bene.

«Pensi che quando sono stato al paese, poco prima del bordello del coronavirus, andando giù a piedi dalla parte alta fino alla mia abitazione non ho incontrato una sola persona».

E non ringrazia Cristo che si è fermato a Eboli? Che ambienti meravigliosi, che dimensioni struggenti.

«Effettivamente io la trovo una regione veramente bella e magica. Legata ancora al suo arcaismo, nel senso di tradizione migliore. Lo ritrovi in tante cose, pure nei gesti».
E lei è una figura chiave del recupero del teatro vernacolare, che vive un gran fermento. Tuttavia, l’isolamento da decreto adesso la tiene perlomeno lontano dal mondo dello spettacolo, nel quale si attacca a recitare per interesse appena ci si sveglia e si termina falsando la propria natura andando a letto.
«Però vede, ora stiamo in collegamento Bari-Roma, io e lei. Ognuno con il proprio ruolo: pure io sto recitando adesso. Non posso essere mai totalmente sincero. Sono sotto un riflettore, mi sto esponendo, mi calo in quell’essere umano che credo di essere. E lei sono sicuro che immagina di essere qualche altra cosa, perché sta recitando qui con me».

Ma lei è molto più vicino alla sostanza delle cose di parecchi suoi vacanti colleghi che se la tirano a mille. Abbandonato ai flussi di uno spirito dimesso, bonariamente fatalista, consegnatoci da una comicità venata di malinconia.

«Mi piace l’apprezzamento della gente, ci mancherebbe altro. Però so farne a meno».

A Bari si ricorda ancora la standing ovation che le tributò il pubblico nell’incontro di «Tu non conosci il Sud» allo Showville. E questo non è far ridere e basta, è simpatia nell’accezione originaria del termine.

«Però attenzione. Se mi percepisce come dice, magari non è perché ho chissà quali caratteristiche, bensì perché, semplicemente, sono un lucano. Un lucano normalissimo».

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