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E nessuno fa quelle per gli ospedali. Corsa alla certificazione per introdursi in un settore con grandi prospettive: è pronto pure Natuzzi. Il prontuario del Politecnico di Bari

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BARI - La corsa alla produzione di mascherine è «la battaglia del grano» del nostro tempo, una sfida dove si saldano le necessità sanitarie con l’urgenza di assicurare la minore dipendenza possibile dell’Italia dalle importazioni nel settore. In questo percorso la Puglia gioca un ruolo di primo piano grazie all’impegno del Politecnico di Bari che - con il gruppo di lavoro del prof. Giuseppe Carbone - ha realizzato un prontuario con le indicazioni per produrre “mascherine filtranti” (quindi non chirurgiche o rientranti tra i Dpi), ma “intese a limitare la trasmissione del contagio”, come indicato nell’articolo 16 del Decreto del 17 marzo. Al momento alcune aziende pugliesi hanno dato vita ad una riconversione della propria produzione (azzerata o ridotta dalla crisi) e ci sono già i primi pezzi made in Puglia messi sul mercato: a pieno regime questa nuova filiera può arrivare anche a produrre dae 500mila a un milione di mascherine al giorno, mentre allo stato non supera alcune decine di migliaia.

Spiega il prof. Carbone: «I primi effetti del protocollo sono stati un grande interesse delle aziende, alle quali abbiamo indicato la strada per produrre mascherine filtranti». Quante sono? «Decine, tra queste anche la Natuzzi e la Fas, oltre a numerosi piccoli produttori». I prototipi realizzati sono stati inviati ai laboratori che dispongono di certificazione: «Con l’approvazione dei laboratori - aggiunge Carbone - possono essere commercializzate come mascherine chirurgiche. Questo passaggio consentirebbe ai produttori locali di rifornire anche Regione Puglia e Protezione civile, che non possono comprare mascherine filtranti, ma solo chirurgiche o Dpi». «Approvvigionarsi di materie prime non è facile: alcuni schemi produttivi si fondano su materiale trattenuto in Asia, mentre altre si possono realizzare con basi che sono presenti sul mercato italiano, consentendo così l’autosufficienza produttiva». A pieno regime, con le certificazioni, cambierebbe tutto nei settori dove le protezioni sono indispensabili: «Le aziende selezionate allo stato - chiarisce Carbone - potrebbero produrre 10mila mascherine al giorno, ma la Fas riconvertendo i propri macchinari per pannolini, può arrivare a 500mila. Il tessile pugliese può produrre dalle 10mila alle cinquecentomila maschere al giorno». Il nodo prezzi: «Il costo di una mascherina filtrante secondo indicazioni della Protezione civile, dovrebbe avere il prezzo etico massimo di 70-80 centesimo per pezzo, con un margine per l’azienda». Il prezzo finale risente anche delle spinte speculative presenti sul mercato: il presso del Tnt meltblown, materiale utile come tessuto filtrante, è passato in due settimane da due euro a 40 al chilo ed è venduto ora solo con partite da 70mila euro, con pagamento anticipato.

L’impegno di una azienda riconvertita emerge nell’iniziativa di Attilio Posa, della SmartLab Italia di Bitonto, passato dal produrre abbigliamento sportivo alle mascherine: «Il nostro mercato si è fermato e ci ingegniamo per produrre quello che può servire all’Italia e alla Puglia: dalle visiere alle tute e alle mascherine per i medici». L’azienda ha allineato i priori tecnici ai protocolli diffusi da Poliba e con la collaborazione anche del Dipartimento di chimica dell’Università di Bari ha realizzato già un prototipo inviato in Lombardia dove c’è il laboratorio che potrebbe certificarne la tipologia di mascherina chirurgica. «Attendiamo il responso entro dieci giorni - spiega l’imprenditore Posa - ma allo stato vendiamo i primi prodotti come mascherine filtranti, in grado di frenare goccioline d’acqua e batteri». Il prezzo è superiore a quello consigliato dalla Protezione civile: «Vendiamo la mascherina a due euro come monouso. Le nostre sono realizzate a mano. I prezzi più bassi possono essere garantiti solo da aziende con linee di produzione automatiche». Venerdì l’azienda barese ha già consegnato al comune di Mottola e ad associazioni le prime partite: «Ne realizziamo cinquemila al giorno, ma abbiamo un progetto di investimento legato al bando Invitalia per per acquistare un macchinario che automatizzerebbe la produzione di 150mila pezzi». L’ultima battuta riguarda la possibilità con la riconversione di scongiurare la cassa integrazione per i propri dipendenti: «Dei nostri quindici assunti - conclude Posa - ora lavorano in cinque sulle mascherine. Con questo impegno speriamo di tornare alla piena occupazione aziendale».

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