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Borgo Mezzanone, migranti cercano un altro ghetto

Sessanta lavoratori con permesso di soggiorno dormono all'aperto o ospiti da amici. Gli alloggi della Regione sono vuoti

Borgo Mezzanone, migranti cercano un altro ghetto

Non vogliono andare a vivere in strutture protette, non possono accettare soluzioni che sembrerebbe illogico rifiutare. Non a loro però. Gli ultimi africani sfrattati dalla ex pista di borgo Mezzanone hanno trascorso le ultime due notti all’addiaccio, oppure si sono fatti ospitare da amici all’interno di altre baracche dello stesso ghetto dove ancora vivono un migliaio di persone e che la Prefettura in tandem con la Procura della Repubblica sta gradualmente smantellando. Qualcuno ha attraversato la campagna foggiana per raggiungere l’altro ghetto, quello nei pressi di Rignano scalo, soltanto in tre hanno accettato ospitalità nell’azienda Fortore di proprietà della Regione (conosciuta anche come Casa Sankara) vicino a San Severo.


È l’aspetto più sorprendente dell’operazione “law and humanity” (giustizia e umanità) decisa per smantellare quel gigantesco grumo di illegalità fermentato nel corso di oltre dieci anni sulla vecchia pista del vecchio aeroporto militare adiacente al centro per i richiedenti asilo (Cara). I migranti sanno bene che andar via dai ghetti significherebbe per loro uscire dai circuiti del caporalato, non poter essere più reclutati per andare al lavoro. «Resto qui perchè voglio lavorare», sostengono i braccianti con regolare permesso di soggiorno dopo aver raccolto in bustoni di fortuna le poche cose da portare con sè in questa nuova ruota della fortuna. Persino chi ha il contratto di lavoro temporaneo e dunque sarebbe tendenzialmente sicuro di non perdere il posto, si sente in obbligo di rifiutare l’ospitalità della Regione. Meglio vivere in baracche malsane e senza fogna piuttosto che in abitazioni civili, ma fuori dai contesti a loro più congeniali.


Era già successo ai tempi dell’assessore regionale Guglielmo Minervini nel 2015: la Regione realizzò una tendopoli nelle vicinanze del ghetto di Rignano, ma quei pochi che si stabilirono per qualche giorno furono obbligati a ritornare sui propri passi. Nessuno più li chiamava per andare al lavoro, eppure si erano staccati che di poche decine di metri. Il ghetto è sempre stato per loro un grande ufficio di collocamento, come le piazze dei nostri comuni di una volta. Per questo l’intervento di giustizia e umanità che le istituzioni stanno portando avanti con gradualità ma con fermezza, avrebbe bisogno di un ulteriore scatto in avanti.
«Se prefetto e procuratore pensano che il problema sia solo quello dell’ospitalità si sbagliano, lo dico a malincuore», commenta Daniele Iacovelli segretario della Flai Cgil l’organizzazione sindacale che ha seguito più da vicino la tematica dei ghetti in Capitanata sin dalla loro origine vent’anni fa. «Nessuno più andrà a chiamare questi ragazzi per farli lavorare se lasceranno i ghetti, accettare una casa della Regione o di un comune significa automaticamente tagliarsi fuori dal circuito occupazionale. E siccome la domanda e offerta oggi viene regolata ancora dall’insostituibile, a quanto pare, ruolo dei caporali ecco che automaticamente non potrà funzionare il pur generoso e deciso tentativo dello Stato di rimettere ordine in questa materia».

L’obiettivo della Prefettura, d’intesa con la Regione e la Procura, è quello di accogliere la richiesta di lavoro percorrendo due o forse tre strade: si ragiona sui moduli abitativi con le foresterie della Regione da installare una a San Severo e una seconda in un’area fra Poggio Imperiale e Lesina, ma non viene esclusa l’ipotesi di realizzare strutture per ospitare i lavoratori direttamente in campagna, sui campi di raccolta di quelle imprese che facciano richiesta di manodopera. Non sembrano dunque percorribili, allo stato, le soluzioni abitative di Torre Guiducci (a due passi da Foggia), Casa Sankara e altre strutture messe a disposizione dalla Caritas a beneficio dei sessanta extracomunitari estromessi tre giorni fa dalla baraccopoli di Mezzanone.
«Lo sgombero sta andando avanti - aggiunge il segretario della Flai Cgil - faccio i miei complimenti al prefetto e al procuratore per come si è deciso di muoversi, senza inutili clamori e intervenendo chirurgicamente in un’area che necessita di essere riportata alla legalità. Invito tuttavia a non considerare il problema alloggi come una tematica a sè stante, il lavoro per questi ragazzi è più importante di qualsiasi altro diritto possa loro essere riconosciuto».

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