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In occasione della «giornata mondiale contro la violenza sulle donne» (istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in questi giorni sono in programma una serie di iniziative e convegni in città e provincia) bisogna confrontarsi con i numeri per dare l’idea di quante foggiane vivano nel terrore con il nemico che spesso è un familiare, un amico, un conoscente. A cominciare dal dato che si ricava dalla relazione sulla Giustizia presentata nel gennaio scorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Bari: nel distretto di corte d’appello che comprende i Tribunali di Foggia, Bari e Trani, si concentrano in Capitanata la metà delle denunce per atti persecutori: in un anno, dal primo luglio 2016 al 30 giugno 2017, furono 538 le denunce arrivate alla Procura di Foggia su un totale di 978 nel distretto di corte d’appello; erano state 506 su un totale di 886 nella rilevazione dei 12 mesi precedenti; e 547 su 925 l’anno precedente.


La Confcooperative un anno fa, novembre 2017, organizzò un convegno sul tema della violenza alle donne e diffuse questo dato: dal 6 settembre del 2011 al 2017 ci sono stati una media di 100 accessi all’anno nelle strutture che accolgono le vittime di violenza, siano che chiedano aiuto direttamente sia che vi vengano indirizzate dai servizi sociali e territoriali. Se la Polizia ogni anno in occasione della festa di San Valentino (14 febbraio) organizza da qualche anno la campagna di sensibilizzazione «Questo non è amore» con gazebo in piazza Giordano per invitare le vittime a denunciare; i carabinieri lo scorso 14 aprile hanno inaugurato presso la caserma «San Lorenzo» al quartiere Cep, e in collaborazione con il Soroptimist internazional club, «una stanta tutta per sè», ossia una stanza destinata all’ascolto protetto delle vittime di «ogni tipo di violenza e abuso che decidono con coraggio di denunciare», spiegarono gli investigatori in occasione della cerimonia d’inaugurazione. E diffusero una serie di dati che raccontavano questo: dal primo gennaio 2017 al 31 marzo 2018 i militari dell’Arma avevano indagato su 55 episodi di atti persecutori; 7 di violenza sessuale; 74 di maltrattamenti in famiglia; 33 di minacce, percorsse lesioni; un omicidio; un tentato omicidio; arrestando 80 persone e denunciandone a piede libero altre 139.


In trent’anni a fronte di quasi 600 morti ammazzati in città e provincia, oltre il 10% - ben 70 - sono state donne, non tutte vittime di femminicidi ma la gran parte sì. E chissà quante vite si sarebbero potute se il reato di atti persecutori (612 bis del codice penale, condanne da 6 mesi a 4 anni aumentate se il responsabile è un marito, un ex coniuge e/o se ha una relazione con la vittima) fosse entrato in vigore prima del 2009. La casistica del dolore racconta infatti anche di assassini che, prima del tragico atto finale e letale, avevano già infastidito le ex, venendo di volta in volta denunciati (arresto non era consentito) per violenza privata e minacce, con le sentenze e le condanne arrivate poi a distanza di anni quando la vittima era stata già uccisa.

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