Mercoledì 18 Febbraio 2026 | 17:44

La deriva autoritaria condanna alla miseria intere popolazioni

La deriva autoritaria condanna alla miseria intere popolazioni

La deriva autoritaria condanna alla miseria intere popolazioni

 
Nicola Apollonio

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Nicola Apollonio

L'editoriale di Nicola Apollonio: «La deriva autoritaria condanna alla miseria intere popolazioni»

Con la defenestrazione e l’arresto del presidente venezuelano Nicolàs Maduro, si sono accesi i riflettori sui diversi Paesi governati da veri e propri dittatori, totalmente lontani dagli elementi basilari della democrazia

Mercoledì 18 Febbraio 2026, 12:38

Con la defenestrazione e l’arresto del presidente venezuelano Nicolàs Maduro da parte degli Stati Uniti - che ora puntano l’attenzione anche sull’Iran degli ayatollah - si sono accesi i riflettori sui diversi Paesi governati da veri e propri dittatori, totalmente lontani dagli elementi basilari della democrazia. Paesi come il Sudan, Cuba, lo Yemen e l’Iran, appunto. Il problema di questi Paesi non è solo la formalizzazione della dittatura, ma il monumentale fracasso amministrativo che ha lanciato nel vortice della miseria popoli che erano fra i più ricchi. Dati alla mano: il Pil venezuelano, per esempio, si è contratto di circa il 26% negli ultimi tre anni, indice che non si riesce a registrare neanche nei Paesi che si trovano in guerra. E con l’inflazione che ha superato il 1600% l’anno, il livello di povertà sta continuando a crescere. Insomma, per la prima volta nella storia del Venezuela, che era una stella per l’economia della regione latino-americana, l’82% delle famiglie si trova a vivere al di sotto della soglia di povertà.

La storia si ripete in Sudan, il grande Stato africano a sud dell’Egitto dove, col conflitto in atto tra l’esercito di Karthoum e la milizia ribelle della cosiddetta Forza di supporto rapido, a rimetterci sono gli inermi cittadini che subiscono massacri e violenze d’ogni genere, perché si tratta di una guerra che è anche etnica, e quindi vengono colpite le popolazioni non-arabe e di religione diversa da quella musulmana.

Poi c’è Cuba, altro Paese a regime dittatoriale, dove la crisi è diventata insostenibile.

Manca la luce, il sistema di produzione arriva a stento a coprire la metà del fabbisogno nazionale. Manca il gas, una bombola - a trovarla - costa sei volte lo stipendio medio.

L’acqua scarseggia, e le code per la benzina si sono trasferite dalle pompe in moneda nacional (cioè il «peso» cubano), ormai vuote, alle stazioni di servizio in dollari, dove un litro di especial costa 1,30 dollari. Più della paga giornaliera della maggioranza dei cubani.

Eppure, dopo l’attacco degli Usa a Caracas, il petrolio abbonda nei Caraibi, ma Cuba, l’isola di Fidel Castro e di «Che» Guevara, si trova a secco.

Allargando lo sguardo sui Paesi perennemente in subbuglio, troviamo lo Yemen, uno dei luoghi più poveri del mondo arabo, costretto a convivere con una guerra civile che dall’inizio ad oggi ha ucciso più di 100.000 yemeniti, oltre 12.000 dei quali uccisi in attacchi mirati, inclusi 7.500 bambini. Responsabile di tanti orrori è il movimento armato Houthi, sostenuto dall’Iran e che le Nazioni Unite, nel 2019, hanno dichiarato responsabile di non si sa quanti crimini di guerra, come uccisioni arbitrarie, stupri, torture e reclutamento di bambini-soldato. Disillusi dalla transizione e in preda alla gravissima crisi economica, molti yemeniti, anche sunniti, hanno sostenuto i ribelli, che gradualmente hanno conquistato la capitale e avuto un ruolo anche nella guerra scoppiata dopo il 7 ottobre 2023 tra Israele e Hamas.

Infine, per completare il quadro dei regimi totalitari in qualche modo vicini ai nostri confini - compresa la Russia di Putin -, c’è l’Iran degli ayatollah pilotati dal feroce Khamenei, nuovamente a rischio di uno scontro armato con l’America di Donald Trump e con Israele, ritenuto il nemico giurato di sempre che si vorrebbe addirittura eliminare dalla faccia della terra. «Dal fiume al mare», ripetono a cantilena da quelle parti. Si tratta, forse, del regime dittatoriale più violento che esista al mondo, se è capace di stroncare una sollevazione di popolo falci ando con le armi più di 30.000 persone in pochi giorni, per la maggior parte giovani in cerca di libertà e democrazia. Washington ha rafforzato nei giorni scorsi la sua presenza nel Golfo inviando la portaerei «Lincoln» con la sua scorta, sperando che l’Iran si dia una calmata e si arrivi ad un accordo. Che, tradotto, vorrebbe dire: oltre all’abbandono del nucleare seguito dallo smantellamento dei suoi siti, Teheran deve rinunciare ai missili a lunga gittata capaci di colpire Israele e i Paesi circostanti; in più, deve assumere l’impegno a cessare l’appoggio a tutti gli alleati, da Hezbollah ad Hamas, dalle milizie Houthi a quelle irachene. Come dire, insomma, che bisogna decretare la fine di qualsiasi influenza strategica nella regione e la riattivazione nel Paese di un sistema democratico.

Un’aria pesante dunque, per via anche delle paure di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che in passato hanno già dovuto fare i conti con le rappresaglie iraniane. Temono, in sostanza, che la storia possa ripetersi. Nel frattempo, però, dall’Europa arriva la voce del cancelliere tedesco Merz che annuncia «giorni contati» per l’Iran. Più guerra che pace? Non si capisce bene, visto che bisogna registrare anche il controcanto della Cina, che prima chiede «misure a favore della pace» e che poi si affretta a difendere la dittatura come Stato «sovrano».

Da parte sua, il regime continua a fare la faccia cupa, proseguendo con le frustate, le torture e le impiccagioni. Khamenei non ha mai smesso di usare metodi brutali. Ce lo ricorda coi numeri Filippo Facci sul Giornale, informandoci che in un anno ci sono state in Iran ben 900 condanne a morte. E questo perché? Perché da parte dei giovani si è alzato forte il grido di libertà! Sperèm, come dicono a Milano.

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