Siamo alla svolta? L’Europa si scuote, entra in partita. Con un anno di ritardo, dopo gli insulti subìti e gli attacchi portati da Trump all’ordine mondiale, Bruxelles difende la sua storia, i suoi valori e il suo mercato. Lo fa a Monaco, nell’ambito della Conferenza sulla sicurezza europea. Al di là dei toni finalmente concilianti, usati sabato dal segretario alla difesa Marco Rubio: «Europa e Usa fanno parte di un’unica civiltà. Siamo connessi» gli storici saloni dell’Hotel Bayerischer Hof sono stati testimoni della presa di coscienza delle leader europee, Von del Leyen, Lagarde e Kallas e dei principali leader delle nazioni d’Europa, a cominciare dal cancelliere Merz: «Le guerre culturali degli Stati Uniti non sono le nostre». Si chiude in sostanza una pagina di storia, semplicemente, perché se n’è aperta un’altra. È vero che restano profonde le differenze tra le posizioni dei diversi paesi dell’Unione, indeboliti dalle contraddizioni interne, divisi sulle strategie tanto militari quanto economiche da adottare, ancora ostaggi dei propri nazionalismi, ma si torna a ragionare nel segno di un obiettivo, che passa dall’Europa.
Né giova marcare la frattura, benché sia stata evidente sui fronti di guerra, in Ucraina come in Medioriente, lontani dalla pace promessa da Trump (tuttora contiguo agli interessi russi e israeliani), che potrebbe perfino comporsi su basi comuni (Us/Ue) verso il traguardo di una soluzione accettabile per Kiev. Dopo Monaco, dunque, prevale la certezza che l’appiattimento ideologico non giova ad intese, che siano di comodo. La paura infiacchisce. In politica, come nella vita di ogni giorno, le rotture chiamano a responsabilità maggiori verso soluzioni condivise dai protagonisti sulla scena. Le sfide sono epocali, a cominciare appunto dalla pace e sul piano della sicurezza. Incombe l’accelerazione tecnologica che non può consegnarci alla dittatura delle macchine e delle ricchissime Big Tech americane che le controllano. Non può continuare ad allargarsi il solco dei principi frantumati dall’ottusità dei sovranismi basati sul primato della forza. Servono alleanze più ampie che trovino convergenze utili a restituire fiducia a società smarrite e impoverite, dove diritti sono per chi ha il potere, mentre i più e soprattutto i migranti restano a zero.
L’Italia all’appuntamento di Monaco era assente. Sconcerta. L’asse italo-tedesco sbandierato nei giorni scorsi a Roma, che ha suscitato l’irritazione spagnola, nella noncuranza francese, appare già superato dalla cronaca. Giorgia Meloni, strenua sostenitrice del Piano Mattei per un nuovo protagonismo italiano in Africa, nelle stesse ore era in prima fila al vertice di Addis Abeba, non a Monaco. Lo storico greco Plutarco ne La Vita di Cesare attribuiva al condottiero la famosa frase che lo preferiva primo in una periferia dell’impero (le Gallie), piuttosto che secondo nella capitale. Non possono sovvenire paralleli - è ovvio - urge tuttavia l’aggiustamento della rotta, usando l’abilità che non fa difetto. Lo si deve agli italiani che si sentono europei. «Il faut cultiver notre jardin». Fa scuola la visione illuminata di Voltaire. Il senso non era certo quello rimanere sordi ai problemi del mondo, il filosofo francese insisteva sulla necessità di cominciare dallo spazio naturalmente più vicino, cercando di risolvere con pragmatico ottimismo le questioni che riguardano le società e il benessere comune a qualsiasi prezzo.
Nel pantano della guerra in Ucraina, mentre i raid russi continuano nell’oblast (regione) di Kherson e in quella di Zaporizha, sede della più grande centrale nucleare d’Europa, con altri morti e feriti, sembra tuttavia aprirsi uno spiraglio. Nonostante l’offensiva di Mosca, non solo sul terreno, ma nelle contiguità politiche filo-putiniane europee e nel disordine informativo globale, grazie a milioni di articoli automatizzati filorussi, che influenzano motori di ricerca e chatbot (software basati sull’intelligenza artificiale), si affaccerebbe «un’idea già lanciata da Putin a marzo scorso» – l’ha definita così il vice ministro degli esteri russo, Galuzin. Cessato il conflitto, si tratterebbe di stabilire un’amministrazione Onu in Ucraina per la pace. Ovvero, i caschi blu a Kiev a garanzia del dopoguerra.
Potrebbe essere solo una coincidenza post Conferenza di Monaco o l’ennesima cortina fumogena, dopo le notizie che hanno invaso le redazioni di tutto il mondo sulle prove dell’avvelenamento del dissidente Alexei Navalny, morto nella famigerata colonia penale I-K3 in Siberia, due anni fa.
Di fatto, l’immagine dello zar è al minimo, è in crisi anche l’economia russa, l’Europa, che ha promosso l’indagine tossicologica, reagisce (in realtà sono stati solo cinque su ventisette i Paesi che l’hanno condivisa), la situazione suggerirebbe allora contromisure. Lo stesso Trump ha annunciato che domani chiamerà Putin. Circa «l’idea», tra l’altro non nuova – come ha ricordato lo stesso vice ministro russo- gli entusiasmi peraltro non si accendono. Le Nazioni Unite, annichilite dalla politica MAGA di Trump, se mai sono servite a garantire la pace negli scenari di conflitto (a cominciare dall’Africa, arrivando al Libano) oggi non avrebbero le risorse umane ed economiche, né il vantaggio dell’autorevolezza. L’effetto più evidente, piuttosto, diventa “l’avvelenamento dei pozzi” ovvero l’accelerazione continua delle informazioni, grazie all’intelligenza artificiale, che moltiplica i siti, confeziona e ripubblica i contenuti, inquina i risultati dei motori di ricerca e nella sostanza ne compromette l’affidabilità. Ciò che viene dichiarato può essere smentito.
Non conta il vero o il falso. Per la politica, un invito a nozze. Importante, allora, la novità che arriva dalla Cina. La stessa Cina, che intanto, alla Conferenza di Monaco ha voluto sottolineare, come sia partner e non rivale. Posizione già nota, nell’ambito di una strategia alla quale Pechino è rimasta fedele negli ultimi anni, oltre i blocchi e nel segno del multilateralismo. Del resto, non è in corso un rilancio delle relazioni con paesi come il Regno Unito e il Canada, paesi, che prima di Trump occupavano il podio degli alleati americani? Si può e si deve cambiare. Ma veniamo alla novità. Riprendendo il titolo efficace della rivista Wired, che all’argomento dedica un ampio articolo: «La Cina vuole controllare tutti i nodi dell’AI, per prevenire i rischi della nostra dipendenza».
Nella sostanza, una stretta senza precedenti sull’intelligenza artificiale. Sarebbe già pronta una bozza di regolamento e si pone un dovere di cura tecnologico. Considerati i parametri cinesi, non si tratterebbe però di una raccomandazione etica – il pensiero corre all’AI Act, che sarà pienamente operativo dal prossimo agosto nei paesi dell’Unione- ma di un obbligo tassativo, con la responsabilità dei fornitori estesa dal lancio dei prodotti tecnologici all’intero ciclo dell’attività. Sul piano dei contenuti sensibili, secondo le intenzioni del governo cinese, si potrebbero così monitorare i contenuti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato e nocivi per i cittadini.
Si sommano, inoltre, le preoccupazioni per le relazioni digitali, ovvero gli incontri promossi dai chatbot tra le intelligenze artificiali senza la supervisione umana. Tra tutti, il caso della piattaforma Moltbook, «un castello incantato» come lo ha definito il professor Ambriola, in un recente articolo. Un luogo dove gli umani possono solo ascoltare, mentre gli agenti digitali discutano, litigano e fanno affari in criptovalute.
Accelerazioni per iniziati, nel Far West delle Tech americane, che non riconoscono i confini, né tantomeno il senso dei limiti. Tocca informarsi. Presto.















