L’allargamento è la politica strategica di miglior successo dell’Ue. Insieme all’approfondimento delle competenze, è una delle forze che storicamente rilanciano il processo di integrazione europea dopo ciclici periodi di stallo o semplici assestamenti necessari ad assorbire precedenti cambiamenti.
Anche in questa fase, dopo un decennio di sostanziale stasi, eccetto che per l’allargamento alla Croazia nel 2013, l’Ue rilancia le sue ambizioni, ripartendo dall’allargamento ai Balcani Occidentali, diventati, non da oggi, il nuovo banco di prova delle possibilità di vincere la sfida della stabilità e della sicurezza internazionale ed estendere democrazia e prosperità economica. I negoziati con l’Albania, il Montenegro, la Moldavia, la Macedonia del Nord, La Bosnia, il Kosovo, la Serbia, ma anche con l’Ucraina e la procedura senza fine con la Turchia e per finire con la Georgia, nelle intenzioni degli europeisti più entusiasti, dovrebbero ripercorrere il cammino trionfale della quinta ondata di allargamenti, il big bang del 2004, conclusosi con l’adesione di dieci paesi dell’Europa Centro Orientale più Malta e Cipro, seguiti dalla Romania e dalla Bulgaria.
Ora come allora, forse anche con più urgenza, pur con tempistiche diverse, l’allargamento è una delle risposte alle crisi internazionali presenti e potenziali, uno scudo difensivo per allontanare i confini esterni dell’UE e stabilizzare macro regioni europee minacciate, da vuoti di potere (negli anni nel post Guerra Fredda) o dal ritorno minaccioso dell’espansione delle zone d’influenza della Russia e della Turchia e dalla road and belt iniziative della Cina (oggi). Le implicazioni sono enormi, ma le similitudini si fermano qui e gli esiti non è detto che siano gli stessi.
Come nel 2004, l’Ue elabora una risposta forte, tecnicamente e teoricamente ineccepibile, senza però la forza politica che sarebbe necessaria. Nel corso dell’annuncio del Montenegro, la Commissione non si pronuncia sul tema della governance e del superamento del voto all’unanimità, da sempre uno delle principali debolezze di tutta la costruzione europea. Segue analisi su Albania, ecc...
La lezione del 2004 sembra non essere stata metabolizzata. In tale circostanza, l’allargamento è stato utilizzato strumentalmente dalle forza euroscettiche e antieuropeiste, con l’obiettivo di svuotare di significato il processo d’integrazione europea, paralizzare la capacità decisionale delle istituzioni e ridurre l’Ue ad una mera zona di libero scambio, un grande Zollevrein, quando non puntare direttamente alla distruzione dell’Ue. Nonostante l’affermazione significativa in seno al Parlamento Europeo delle forze politiche che si ispirano a questa agenda, tanto da farne il primo gruppo dell’emiciclo, la formazione di una maggioranza europea di larghe intese nella quale sono confluite tutte le culture politiche europeiste, popolari e socialdemocratiche, ha bloccato cupi scenari.
Nell’emergenza della guerra in Ucraina, l’Ue è ricorsa nuovamente alle sue risorse migliori: l’allargamento e l’approfondimento delle competenze (almeno ci prova con la politica di difesa comune). In entrambi i casi, però, pesa l’assenza di un forte quanto necessario mandato politico, l’elefante nella stanza e convitato di pietra di tutte le analisi sull’Ue e le sue politiche. Dopo il fallimento del Trattato Costituzionale con i referendum in Olanda e Francia nel 2005 (?), l’unica forma di partecipazione politica europea in chiave di socializzazione, aggregazione degli interessi ed elaborazione delle proposte è stata quella delle forze euroscettiche e antieuropeiste. Gli slanci più generosi e convincenti in chiave europeista sono stati invece elaborati da un super tecnico, campione di competenza apprezzato su scala globale, Mario Draghi, statista per postura e credibilità, ma privo di una legittimazione politica e di un forte consenso partitico alle spalle.
Questo vuoto di politica pesa e rappresenta una grave pericolo per l’Ue. Le domande fondamentali sugli obiettivi ultimi dell’integrazione, sui confini definitivi dell’Ue e sul futuro condiviso, non hanno una risposta comune convinta e forte di sostegno popolare. L’attuale processo di allargamento, come quello del 2004, quindi, nasce da un’esigenza politica forte, a cui l’Ue riesce a dare una forte risposta di policy, tecnica, ma non di politics. Allo stesso modo, anche il Restart EU, più che una politica di difesa europea, è in realtà un piano di riarmo a livello nazionale.
La risposta semi federalista dell’Europa a più velocità avanzata da alcuni studiosi, ha visto le prime realizzazioni nelle possibilità offerte dal Trattato di Lisbona in diversi settori. Per l’allargamento ai Balcani Occidentali, la Commissione Europea promuove un’integrazione graduale, che rende il processo dinamico e consente ai paesi candidati di avvicinarsi gradualmente ai programmi Ue, prima della formalizzazione dell’adesione. Il Piano di Crescita (Growth Plan) da 6 miliardi di euro (2024-2027), aggiornato il 27 gennaio 2026 con un ulteriore pacchetto da 171 milioni di euro per infrastrutture digitali, energia pulita e trasporti, è adottato per accelerare la convergenza economica della regione.
Le ondate di allargamento più datate, nel 1994, 1986, 1981, 1978, includevano un numero limitato di paesi, per la complessità di un processo che modifica in modo significativo la struttura dell’Ue e gli attributi della sovranità degli stati che aderiscono, la qualità democratica dei sistemi politici, i caratteri dei sistemi economici e la sostanza dei sistemi normativi, che devono assorbire l’aquis communautaire, l’insieme cioè di tutta la legislazione europea, direttamente applicabile dal giorno dell’allargamento.
L’Italia può svolgere un ruolo importante in questa partita, di equilibrio e di moderazione, nel solco della sua solida tradizione europeista, spingendo l’adozione di scelte coraggiose che parlino ai cittadini europei, informando e formando il comune sentire europeo e un senso di appartenenza e fiducia che è sempre più in bilico per i cittadini. In tal senso, anche storicamente (dall’europeismo di De Gasperi ai Patti Locarno del Fascismo), l’Italia ha dimostrato di avere le physique du role per una politica estera di leadership europea, quando ha valorizzato le sue attribuzioni di media potenza che più di altri è credibile nel perseguimento dell’interesse comune, libera dai sospetti e velleità di mire egemoniche, di cui Francia, Germania e Gran Bretagna (in altre epoche) sono state investite.















