Ma le liste d’attesa non ci sono solo nella sanità. E di quelle per gli asili nido, ne vogliamo parlare? Asili nido pubblici, ovvio, perché se una famiglia può, sceglie quello privato e ha risolto il suo problema. Quando si parla di asili nido, non bisogna equivocare considerandoli un lusso che se c’è, è bene, se non c’è, fa lo stesso. Poterli avere significa anche fare un figlio o no in uno dei Paesi in cui meno se ne fanno. Significa anche consentire alle mamme di lavorare o di continuare a lavorare dopo la decisione (sempre più rara) di avere questo figlio. Significa anche non pesare sul reddito familiare. Significa anche evitare quella povertà e quella povertà educativa le cui cifre sono sempre più preoccupanti nel Paese col crescente numero di poveri e col minor numero di diplomati e laureati d’Europa. Significa eliminare una fra le più odiose discriminazioni verso il Sud nel Paese in cui il Sud pur discriminato riesce a sostenere col suo apporto tutto il resto.
Ora è vero che è tutta l’Italia ad avere una media di 31,6 posti ogni cento bambini, quindi non ancora in linea col 33 per cento fissato dall’Europa (e lontanissima dal 45 per cento per il 2030). Ma quel 33 per cento nasconde la solita vergogna nazionale di un’Italia e di una diversamente Italia. La percentuale maggiore di quegli asili è al Centro col 40,4 per cento, seguito dal Nordest (39,1) e dal Nordovest (36,6). E il Sud? Al 20 per cento, perché anche i bambini che nascono al Sud hanno (e già dalla nascita) meno diritti di quelli che nascono altrove. Con liste di attesa maggiori.
Ma non è tutto. Perché l’asilo non basta costruirlo, ma bisogna farlo funzionare. Di fronte a una media nazionale di 1.773 euro di spesa statale per ogni bambino da 0 a 2 anni, per il Centronord è di 1.542 euro, per la Calabria (la più danneggiata) di 520 euro. Nello stesso Paese. Né ci si deve far ingannare dal Pnrr e dalla spesa che cresce anche in questo campo (pure per il Sud). Tanto per cominciare, per candidarsi a questi asili i Comuni hanno dovuto partecipare a un bando: cioè un diritto riconosciuto dalla Costituzione messo a gara come in un Monopoli qualsiasi. Non lo hai perché ti spetta, lo hai se vinci la gara. E con le regole truccate a favore dei Comuni più ricchi che potevano contribuire alla spesa. Più una regola da magliari: se un Comune ha zero asili perché non gliene hanno mai dati, significa che non gliene servivano, e così continuiamo a non darglieli. Se un Comune ne ha dieci, significa che ne aveva bisogno, e così continuiamo a darglieli. La regola aurea della discriminazione: sempre più a chi già ha, sempre meno a chi meno ha.
Non è quindi un caso se i neonati del Sud piangono più di quelli del Nord: hanno già capito tutto. Hanno capito che saranno trattati da diversamente italiani anche per le mense scolastiche: Puglia al 15° posto col 27 per cento degli istituti di fronte al 49 per cento nazionale. E nelle regioni in cui più ci sono mense scolastiche, più diffusa è l’occupazione femminile. Mensa che, come l’asilo nido, fa crescere il bambino in una atmosfera sociale sempre più positiva che non nell’isolamento (altro che i bambini nel bosco).
E meno mense che contribuiscono alla madre delle disparità a scuola: il tempo prolungato. Cioè il tempo pieno (27 ore contro 40). Per il quale si va dal 64,9 per cento del Lazio al 16,2 della Sicilia, dal 62,4 per cento della Toscana al 25,6 della Puglia. Un danno formativo, dicono burocraticamente gli addetti ai lavori. Un dolo permanente. Quello di frequentare 891 ore di lezione all’anno contro le 1320 di chi è nato nel posto giusto. E quelle ore in meno che nel quinquennio delle primarie hanno un grave peso: come se a parità di anni di scuola si imparasse per un anno in meno. Con effetti collaterali di questa sperequazione chirurgica, oltre al livello di istruzione: dalla dispersione scolastica alla (appunto) povertà educativa (come dicono sempre gli addetti). Attribuita ai ragazzi del Sud come un difetto di origine: sono inferiori. Invece di dire che la giustizia e la solidarietà in questo Paese sono come le varie & eventuali dei convegni.
Conclusione adeguata della storia: ogni anno arrivano i Savonarola dell’Invalsi a dare i voti agli studenti. Quelli del Sud sempre meno preparati in italiano e matematica dei loro colleghi del Centronord. Sistema rapido per un altro capo di imputazione contro questo Sud non all’altezza. Ma nessuno che ricordi mai come tutto cominci con le liste d’attesa degli asili nido. E tutto cominci col pianto dirotto del bambino del Sud come se fosse dispiaciuto di venire al mondo. E invece quel bambino del Sud è tanto più intelligente degli altri da aver capito subito che lo vogliono prendere in giro. Tanto più intelligente degli altri da poter dimostrare che non sarà una partenza ad handicap ad impedirgli di battere tutti al traguardo.
















