Lunedì 16 Marzo 2026 | 13:50

Nelle nostre Idi di marzo la guerra esasperante con quei risultati modesti

Nelle nostre Idi di marzo la guerra esasperante con quei risultati modesti

Nelle nostre Idi di marzo la guerra esasperante con quei risultati modesti

 
Carmen Lasorella

Reporter:

Carmen Lasorella

Il commento di Carmen Lasorella: «Nelle nostre idi di marzo la guerra esasperante con quei risultati modesti»

L’America di Trump oggi significa barriere, violenza, razzismo, diseguaglianza, cui si aggiunge l’affarismo e l’ignoranza. L’uno prerogativa di pochi, l’altra comune ai più

Lunedì 16 Marzo 2026, 12:10

12:11

Nel giorno delle Idi di marzo, che cadono il 15 del mese ovvero ieri, Cesare moriva per mano di una congiura. Il suo potere stava diventando immenso e chi lo uccise, in quel marzo del 44 a.C., in testa Bruto e Cassio, lo fece temendo l’inarrestabile ascesa del condottiero e del fine politico, che poteva diventare per Roma una minaccia alla Repubblica. Nei millenni, il mito di Cesare sopravvive, mentre la Repubblica finì e arrivò l’Impero. Quell’atto di sangue, improvvisato e miope, cambiò comunque il corso della Storia. Non ci sono naturalmente possibili paralleli in questi giorni confusi e sanguinosi in Medioriente, a due settimane dall’inizio di una nuova guerra, improvvisata e miope (da parte americana, non israeliana).

Tuttavia, guardando al passato, deve soccorrere la consapevolezza che la violenza cambia comunque il senso degli eventi e che servono strategie per evitare il peggio, nella necessità di non soccombere dinanzi a catastrofi incontrollabili. In diplomazia, una volta insegnavano che conta saper scegliere il momento per portare a casa un negoziato. I contendenti in campo oggi: americani, israeliani e iraniani, nonostante gli illustri precedenti di Peres e Rabin, passando a Kissinger o all’Ayatollah Montazeri, non dimostrano grandi visioni, però un’exit-strategy per l’America di Trump, se ben studiata, varrebbe una vittoria e avrebbe anche l’effetto di fermare la spietata aggressione israeliana. La cronaca delle ultime ore ha annotato l’attacco all’isola iraniana del petrolio, Kharg, colpita da bombardamenti americani intensissimi, che però non hanno danneggiato le sue infrastrutture estrattive.

Ma i mercati hanno tremato. Da Kharg passa il 90 per cento delle esportazioni di greggio dell’Iran, le bombe sul petrolio porterebbero uno shock come negli anni ‘70. Nessuno se lo augura. Potrebbero davvero gli americani tentare l’invasione di questa isola preziosa a 25 chilometri dai confini terresti dell’Iran - come si ventila a proposito dei 5 mila marines in arrivo - scatenando conseguenze inimmaginabili non solo in termini di rappresaglia, ma guardando, alla filiera del greggio e dunque ai mercati? I risultati della guerra, che il presidente Trump magnifica ogni giorno, con proclami stentorei che hanno smesso di fare effetto, sono modesti oltre che avulsi da una strategia e soprattutto molto costosi.

Troppo, per chi sta dilapidando un patrimonio di credibilità, senza consegnare vantaggi agli americani, che andranno alle urne nel prossimo novembre. In un quadro fosco servono spiragli, affinché si aprano nuove possibilità. Non espedienti. La parolina magica MAGA (Make America Great Again) è rimasta attaccata ai cappellini e alle magliette, mera promessa, senza riuscire a declinare la positività del cambiamento annunciato.

L’America di Trump oggi significa barriere, violenza, razzismo, diseguaglianza, cui si aggiunge l’affarismo e l’ignoranza. L’uno prerogativa di pochi, l’altra comune ai più. A cominciare dai nuovi potenti dei palazzi istituzionali, in un governo ancora fedele, ma oramai diviso tra falchi, falchetti e colombe, dove i valori umani hanno perso qualsiasi significato, mentre le fazioni si azzuffano negli interessi particolari. Era immaginabile? Forse, ma non era al centro degli interessi. Nel mirino di Trump dovevano finire praticamente tutti: i servizi, le forze armate, i giornalisti, i sindacati, le Tv, le associazioni di categoria, quelle ambientaliste e umanitarie, le università, i think thank e naturalmente i giudici e le amministrazioni federali, ostili al presidente. A livello internazionale, Trump ha offeso duramente i partner europei, denigrandone i leader, con rare eccezioni - come nel caso del nostro Paese - e ne ha screditato gli apparati di difesa. Con i cinesi i toni sono durissimi; ai giapponesi ha imposto un riarmo esagerato che comporterà una modifica della costituzione. Il tycoon si accompagna ai Paesi arabi, ma non li rispetta – le monarchie del golfo e la saudia hanno scelto la linea della difesa, perché potrebbe sempre cambiare. Trump minaccia il SudAmerica – il giardino americano della dottrina Monroe - pronto a farne un deserto, se e quando gli aggradasse. E siamo già di fronte al disastro in corso a Cuba. Il mondo australe non lo interessa. Sono pochi allora i quadranti che restano. Considerato che Trump non misura le relazioni con l’amicizia, né scomodando le visioni geopolitiche, il mellifluo ghigno di Putin e l’abbraccio mortale di Netanyahu dove potranno portarlo? Tra le macerie, in cui Netanyahu ha trascinato l’America per chiudere finalmente il cerchio delle proprie ossessioni, assecondando il disegno di supremazia nella regione, voluto dal suo governo fondamentalista, Trump non può permettersi di rimanere a lungo.

Tornati i velati riferimenti agli «Epstein files», che alla bisogna filtrano da fonti differenziate, associando il nome del presidente a quello dell’imprenditore pedofilo (forse un agente del Mossad vicino anche ai disegni della Cia) diventa sempre più difficile smentire. La guerra in Medioriente si rivela una manna per i russi? In aggiunta agli equivoci, alle vittime e alla superficialità nella valutazione delle conseguenze in Medioriente, c’è l’America che consegna un vantaggio a Putin, altro interlocutore in chiaroscuro. Amico, nemico o complice? Mentre l’Ucraina è entrata in un cono d’ombra, infatti, lo zar capitalizza la crisi del petrolio, portando a casa 150 milioni di dollari in più al giorno, grazie alla vendita all’estero del suo greggio e del gas, già che Trump ha sospeso l’embargo.

E le sanzioni che i Paesi europei in oltre quattro anni hanno applicato a Mosca? E i soldi in armamenti sottratti ai nostri bisogni sociali? È il ricatto, inevitabile, una volta aperta la strada, che Putin tornerà a muovere ai paesi di un’Unione Europea indebolita, facendo leva sulla quinta colonna ungherese e sui putiniani d’assalto all’interno del nostro governo come di altri. Nello scenario descritto, i margini per ritrovare un filo di dialogo sono complessi eppure inevitabili. Dal fattore militare che interseca ogni questione, ai mercati globali privi di regole, al ruolo delle big tech, dell’Ai e dei social, oltre ai circuiti criminali e alle reti terroristiche, che potrebbero tornare ad infiammarsi. Alternative? Sarebbe il disastro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)