«L’Italia non è in guerra e non vi entrerà». Così hanno sintetizzato la posizione del Paese i massimi vertici dello Stato: Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio. La sintetica affermazione è stata rafforzata dalla reiterata dichiarazione - prima il ministro Crosetto poi la stessa Giorgia Meloni - che il conflitto in atto è iniziato in spregio delle norme del diritto internazionale: una tautologia che, però, espressa davanti al Parlamento assume significato politico.
Le altre potenze europee, d’altro canto, non appaiono meno caute. Il timore di un nuovo shock energetico, dopo quello provocato dall’invasione russa dell’Ucraina, aiuta a comprendere questa diffusa prudenza.
Dall’inizio del conflitto il prezzo del greggio è salito del 40%. Neppure la decisione dell’IEA di rilasciare oltre quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche è riuscita a rassicurare i mercati. Le minacce incrociate tra Washington e Teheran non lasciano presagire nulla di buono. L’Iran potrebbe usare mine navali o piccole imbarcazioni esplosive contro le navi in transito da Hormuz, la porta stretta dell’energia globale che assicura quasi un quinto dell’oro nero. Il presidente Trump, dal canto suo, ordina di colpire le infrastrutture petrolifere iraniane sull’isola di Kharg e chiede aiuto per liberare lo stretto.
Intanto, lo scenario instabile avvantaggia i grandi Paesi esportatori, ridando ossigeno alle casse del Cremlino.
Quali conseguenze produce tutto questo per l’Europa? Il gruppo di testa dell’Unione - Francia, Germania e Italia, insieme al Regno Unito - potrebbe offrire una sponda ai tentativi di Turchia, Oman ed Egitto di perseguire una via negoziale alla crisi. Il governo italiano ha smentito di aver aperto con Parigi un canale riservato con Teheran, ma è evidente che le capitali europee potrebbero intraprendere un’azione diplomatica per quanto meno garantire la sicurezza delle rotte marittime nel Golfo.
La seconda conseguenza della quale si può parlare senza utilizzare il condizionale, è che il Mediterraneo torna ad essere cerniera strategica tra Europa e Medio Oriente. Il blocco di Hormuz, infatti, mette sotto pressione l’intero sistema di corridoi energetici che dal Golfo, attraversando il Mar Rosso, passano da Suez e arrivano fino al Mare Nostrum. Questa deriva coinvolge direttamente l’Italia.
Non solo perché il Paese rappresenta una delle principali porte d’accesso dell’Europa ai gasdotti che dal Nord Africa arrivano nel continente. Anche perché l’Italia ha ora la possibilità di coordinarsi con i paesi del Mediterraneo orientale - Grecia, Cipro, Turchia, Egitto e la stessa Israele - per proteggere sia le rotte energetiche e commerciali, sia le grandi infrastrutture logistiche e i cavi sottomarini su cui viaggia una parte del traffico digitale.
Per l’Europa, però, la sfida della politica energetica non può essere interpretata solo in chiave strategica. Serve anche una revisione della cultura diffusa. Certo: le ipotesi per fronteggiare la crisi con effetto immediato non mancano, dalla sospensione (o revisione) temporanea dell’ETS - il sistema delle quote di emissione che incide sul costo finale dell’energia - a una maggiore flessibilità dei vincoli del Patto di stabilità a vantaggio di famiglie e imprese, fino alla possibilità di acquisti concertati di gas e di un utilizzo più flessibile delle riserve energetiche.
È giunto però il momento di dire con chiarezza che il dossier energetico non può essere declinato utilizzando solo il paradigma ambientalista. La «transizione» e la «sostenibilità» nella prospettiva di un’Europa verde e decarbonizzata debbono restare obiettivi sullo sfondo. Che, però, vanno posti considerando il problema prioritario della sovranità continentale.
La guerra in Ucraina prima, la crisi con l’Iran oggi, ci dicono che avremmo dovuto pensarci per tempo. Perché la sicurezza energetica è la spina dorsale dello sviluppo e, per questo, dell’interesse continentale. E se l’Europa vorrà esercitare un effettivo potere geopolitico, dovrà prima di tutto garantire le sue forniture.
















