Lunedì 16 Marzo 2026 | 13:50

Famiglia nel bosco e Stato: chi prende decisioni sulla serenità dei tre bimbi?

Famiglia nel bosco e Stato: chi prende decisioni sulla serenità dei tre bimbi?

Famiglia nel bosco e Stato: chi prende decisioni sulla serenità dei tre bimbi?

 
Loredana Perla

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Loredana Perla

La famiglia del bosco tra i limiti del diritto e il ricorso al buon senso

Da pedagogista mi chiedo: è pensabile per lo Stato possa ritenere che trasferimenti e separazioni reiterate dagli affetti più cari, prima il padre, poi la madre, siano la risposta corretta al bisogno emotivo dei bambini?

Lunedì 16 Marzo 2026, 12:17

12:18

«È crollata la dignità dei giudici. Il Tribunale dei minori dimostra di essere in panne. Se accettiamo che ci sia una scienza dell’infanzia, dobbiamo sapere che nella sua crescita ci sono punti di riferimento costanti, a cominciare dal padre e dalla madre. Attaccare il legame bambino-madre pone le condizioni che possono favorire un grave disturbo mentale. Non lo dice Vittorino Andreoli, lo dice un grande psicologo come Gregory Batheson». Sono le parole, forti e chiare, di uno psichiatra di chiara fama che, accanto a Claudio Risé e Massimo Ammaniti, ha deciso di rompere il muro di silenzio che, nelle corporazioni accademiche e professionali degli psicologi e dei pedagogisti circonda l’ormai tristemente noto caso della «famiglia nel bosco».

Rompo anche io il silenzio, unendomi alle loro voci e osservando che in questa vicenda - che si trascina ormai da più di tre mesi, un tempo mostruosamente lungo di sofferenza psichica di tre minori - gli operatori coinvolti sembrano impegnati a cercare risposte sul cosa serva ai piccoli ignorando invece la risposta a una domanda fondamentale sulla quale si sta giocando un braccio di ferro anche politico (lo abbiamo capito tutti), ovvero chi decide della loro serenità? Lo Stato o la Famiglia? O entrambi?

E da pedagogista mi chiedo: è pensabile arrivare al punto di ritenere da parte dello Stato che trasferimenti reiterati dal luogo di vita – un luogo comune nell’esperienza di migliaia di famiglie contadine italiane del secolo scorso e di quello attuale - e separazioni reiterate dagli affetti più cari, prima dal padre, adesso anche dalla madre, siano la risposta corretta al bisogno emotivo di bambini di sette, otto anni?

Nello spirito della Convenzione di New York, recepita dalla Repubblica Italiana con la legge 176 del 1991 -art.3 -, «…gli Stati, le Istituzioni pubbliche e private, i genitori o le persone che ne hanno la responsabilità, in tutte le decisioni che riguardano i bambini, devono sempre scegliere quello che è meglio per tutelare il loro benessere». Temo fortemente che la decisione presa dal Tribunale dei Minorenni di L’Aquila, su richiesta dei servizi sociali - non è riduttivo aver sentito solo tali servizi? - dell’ulteriore allontanamento dei bambini dai genitori, dalla madre, meno dal padre, perché questi sarebbe più «collaborativo (sic!)», peggiori la situazione della famiglia e generi nei bambini un forte trauma che potrebbe incidere per tutta la vita e impedire un armonico sviluppo della loro personalità.

Il benessere dei bambini si nutre dallo stare con i genitori, se questi li amano e li rispettano. E che questi bambini siano amati e rispettati lo dicono anche i cittadini del paese in cui si è dipanata la vicenda: la solidarietà del sindaco e dei membri di tale comunità, espressa sin dall’inizio, continua a perdurare in questi giorni. Vorrà dire o no qualcosa l’appoggio di un intero paese a questi genitori e lo stupore dei suoi cittadini di fronte alle decisioni del Tribunale?

Il principio dell’interesse superiore del minore, sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, richiede che ogni decisione tenga conto non soltanto degli aspetti giuridici e assistenziali, ma anche della dimensione affettiva, relazionale ed educativa che costituisce il cuore dello sviluppo di un bambino. La qualità del legame di attaccamento, la continuità delle relazioni significative e la sicurezza emotiva rappresentano fattori fondamentali per il suo benessere psichico. Il benessere di un minore non può essere ridotto a una procedura amministrativa. È una responsabilità educativa, scientifica e sociale che riguarda l’intera comunità.

Concludo con una considerazione.

Ciò che insegna questo caso è che stiamo mettendo a rischio non solo il benessere emotivo di tre bambini ma la fiducia del cittadino nei servizi sociali e nella magistratura quando, invece, solo una forte e solidale alleanza fra famiglie e istituzioni aiuta a costruire il futuro del minore. Alleanza che dovrebbe basarsi sulla corresponsabilità, sulla comunicazione, su valutazioni condivise. Posture diverse allontanano, spaventano, inaridiscono le comunità e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. E rischiano di creare un pregiudizio nei confronti dei servizi sociali e della loro capacità di rispondere al bisogno di un bambino. In questa vicenda troppe lacrime e troppi silenzi dicono più di mille parole di questioni ‘adulte’ anteposte a ciò che restituirebbe il sorriso a tre bimbi. Facciamo presto.

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