Tutti i nodi vengono al pettine, quando però c’è il pettine. Il monito di Leonardo Sciascia si adegua perfettamente alla situazione attuale. Soprattutto con riferimento all’Unione europea (Ue), prigioniera di leadership nazionali che s’improntano ad archetipi tendenti al basso: ubbidienti all’audience istupidito dai pollai televisivi (ed è ora di chiedere scusa ai polli), dalle fosse socio- informatiche, dai cortigiani da salotto, dalle chimere sovraniste (come le definiva Luigi Einaudi), dai miliardari morti di fama impostati sulla politica del «first», non hanno un briciolo di dignitoso coraggio. Spegnitoi del pensiero, tirano a campare condannando l’Ue a una perenne incertezza: indecisa su cosa fare da grande, l’Unione risulta così incapace di strategie che possano completare l’ottantennale processo di integrazione. E questo mentre nel mondo imperversano tragedie d’ogni tipo, a cominciare dalle guerre.
A conferma di questo misero canovaccio giunge lo spettacolo consumato nei giorni scorsi in seno alle istituzioni di vertice dell’Ue. Nelle quali, va detto, parlamentari ed esponenti governativi italiani si sono contraddistinti con indecorose esibizioni. Le hanno messe in scena in occasione della presentazione del Piano «ReArm Europe» e del successivo «Libro bianco della difesa europea», entrambi sponsorizzati dalla Commissione. Nelle loro pagine vengono approfondite le opzioni di Ursula von der Leyen per mobilitare investimenti in armamenti. E questo perché il contesto geopolitico mondiale è radicalmente cambiato: non solo per il pericolo della Russia, ma anche per le minacce provenienti dalla Cina, dal Medioriente e dall’Africa.
Occorre insomma colmare il divario di capacità con un’azione coordinata volta all’approvvigionamento di grandi quantità di materiale militare: una domanda europea aggregata dovrebbe tendere a contenerne i costi, accorciare i tempi di consegna e garantire l’interscambiabilità e l’interoperabilità tra gli eserciti nazionali. In altre parole, bisogna spendere di più in armamenti, ma farlo meglio privilegiando, se possibile, l’industria europea. Confermati gli strumenti finanziari per mobilitare 800 miliardi di euro, l’Unione dà così agli Stati la possibilità di aumentare la spesa in difesa fino all’1,5% del PIL, chiedendo loro di attivare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità entro aprile, e di mantenerla per quattro anni: coprirà gli investimenti in questo settore, compresi quelli attivati da un nuovo strumento finanziario da 150 miliardi di euro. Deve essere disciplinato con un regolamento urgente, che dà la possibilità di usufruire di prestiti a tassi agevolati, utilizzabili mediante i fondi del bilancio Ue e con la partecipazione della Banca europea per investimenti (Bei), chiamata perciò a cambiare il suo mandato.
Ora, a parte un timido cenno al bisogno «di iniziare la costruzione della Difesa europea», Piano e Libro si muovono sostanzialmente all’interno della solita visione intergovernativa e interstatale. È confermata dal fatto che i governi nazionali dovrebbero operare con appalti congiunti la cui soglia minima, tuttavia, è fissata al 35% degli acquisti; lo è anche per evitare una spirale inflazionistica sui prezzi e scongiurare una «concorrenza interna sulle materie prime». Motivo per cui la Commissione si offre come centrale unica per gli acquisti, senza però alcun vincolo e solo su richiesta degli Stati: il modello ricorda quello dei vaccini anche se, trattandosi di difesa e sicurezza, il salto di mentalità è notevole. Lo stesso si dica per la clausola del «compra europeo» e per gli incentivi agli investimenti privati, la cui adozione è affidata a una futura direttiva che, come tale, impone procedimenti di recepimento da parte dei Paesi membri. I quali per gli approvvigionamenti militari possono comunque rivolgersi a Stati non europei «con idee simili».
Oltre alla discutibile efficacia di questi meccanismi, a impressionare è la strategia generale. Una strategia incapace, così pare, di dare una scossa al processo di integrazione europea: ciò che comporterebbe ben altri edifici istituzionali. Come, ad esempio, quelli escogitati nel lontano 1952 da Alcide De Gasperi sulla scorta del pensiero dei padri del Manifesto di Ventotene, a cominciare da Altiero Spinelli. Non erano santi, ma teste pensanti. Tali da comprendere che, invece di sposare infeconde posizioni pacifiste o peggio sovraniste, bisognava muoversi nella direzione di un’Europa «più marcatamente federalista». Il che premette(va) l’adozione di una Comunità Europea di Difesa (Ced) e, di conseguenza, una Politica Estera Comune (Pec). Progetti, questi, poi bloccati nel 1954 dal Parlamento francese, in cui tifosi ante litteram di uno spinto e sterile nazionalismo ebbero la meglio per pochi voti.
Ed è così che ancor oggi l’Ue, pur rappresentando il più grande blocco commerciale del mondo e il terzo maggiore investitore in difesa, si distingue per una marcata inefficienza in settori politicamente e socialmente strategici. Lo testimonia il comparto dell’immigrazione e, con più evidenza, quello della politica estera, dove un’Europa disunita può vantare l’esclusione da tutte le più importanti trattative e da tutti i più rilevanti negoziati internazionali, non ultimi quelli di pace riguardanti i conflitti ucraino e israeliano-palestinese. Un totale fallimento per un potente soggetto giuspolitico che, incardinato per troppo tempo sulla prospettiva mercantilistica e finanziaria, rischia di fare da megafono a ubbidienti perinde ac cadaver alla Orban, per tacere di quelli di casa nostra. I quali, non avendo avversari seri, lucrano sulla rinuncia dei disgustati. Con buona pace dell’idea federalista e, in ultima analisi, della recta ratio, placidamente incamminata verso la banca rotta.
















